giovedì, 17 maggio 2007

Rassegna Stampa su I compagni del Fuoco

Valeria Parrella su Grazia, 28 marzo 2007

Se tuo figlio abbraccia la causa talebana

Valerio e Miranda sono una coppia in cui gran parte dei lettori di questo libro si riconoscerà: hanno fatto delle scelte - politiche, sociali, umane - così condivisibili e partecipate da non essere mai militanti. Il loro Medio Oriente privato si chiama Sebastiano, ha 14 anni e vive nella stanzetta: il luogo dove si è costruito un egosistema di hi-fi, computer e televisione chei genitori sentono come inviolabile. Ma qui il ragazzo sta coltivando una strana passione che agli occhi dei genitori, prima di sembrare pericolosa, sembra un fallimento: idolatrando il talebano americano John Walker Lindh viene affascinato sempre più dalle interpretazioni estremiste e violente dell'islam, scarica dal web filmati di lapidazioni, non mangia più la carne, non si lava più, vuole dare il suo contributo alla causa... Quello che rende questo romanzo veramente bello non sono i fatti, bensì quel gioco interminabile e tenerissimo di avvicinamenti e distanze, speranze e delusioni, che costituiscono l'autodeterminazione dei figli versi i padri, ma anche dei padri verso i figli e dell'umanità tutta verso se stessa. Con una lingua moderna e colta, leggibile a più livelli, Ernesto Aloia allunga il passo dei suoi precedenti racconti e conferma la sua fama di scrittore raffinato e corrosivo.

Guido Caserza, sul Mattino di Napoli, 23 aprile 2007
 
Cresciuto nella scuderia di minimum fax, presso cui ha pubblicato due raccolte di racconti, il quarantenne Ernesto Aloia si è cimentato con il suo primo romanzo, dando alle stampe I compagni del fuoco (Rizzoli, pp. 391, euro18), storia di una famigliola progressista bene integrata nei meccanismi della società globale. Il marito, un quarantacinquenne di nome Valerio, si occupa, per un prestigioso quotidiano nazionale, dell'Indice di Conflittualità Globale (un indice che quotidianamente scandice il livello di tensione bellica che percorre il globo) ed è un seguace dei dettami di Kyoto; la moglie, Miranda, è un avvocato che complementa sagacemente l'europeismo à la page di Valerio. Questo nucleo ad alta socialità è però messo a dura prova dal figlio sedicenne Seba, convertitosi alla religione musulmana e fan di John Walker Lindh, il noto talebano americano, il cui poster campeggia nella camera del ragazzo. Il romanzo segue dunque questo doppio binario: da una parte le analisi internazionali del centro presso cui lavora Valerio e il lavoro avvocatizio della moglie; dall'altra la bildung di Seba, che abbandona la scuola, vive alla talebana e sceglie come maestro uno jihaidista egiziano che lo inizia alle sure del Corano. A fare da cerniera dialettica gli incontri-scontri tra genitori e figlio, finché Valerio decide di affidarsi a un'agenzia investigativa, con una decisione che metterà in crisi il proprio matrimonio. È la prima volta che la questione talebana in Occidente viene tematizzata in un romanzo italiano e questo probabilmente segnerà per qualche tempo la permanenza del romanzo di Aloia negli annali della letteratura. Per il resto, I compagni del fuoco, che nelle intenzioni dell'autore vorrebbe veicolare una critica sociale della società odierna, è un romanzo piuttosto esangue, la cui forma sembra la risultante di una fredda combinazione di elementi romanzeschi. Aloia cede infatti facilmente all'illusione di molta narrativa up to date: l'illusione che, per dire qualcosa del reale, basti ricuperare lo scheletro del romanzo tradizionale e riversare in esso una ridda di dati e motivi estrapolati dalla contemporaneità. Così nel romanzo troviamo allusioni agli indici di borsa, carteggi elettronici, mp3, scarpette nike (in questo tipo di narrativa il logo ha sempre funzione metonimica) e via elencando. L'ambizione realistica (e di critica sociale), non supportata da un'adeguata invenzione formale, si risolve però in una piatta riproduzione del reale, ovvero in un naturalismo di secondo grado. Alla riuscita del romanzo nuoce anche il gioco esageratamente scoperto delle allegorie e una lingua media fortemente standardizzata. Il romanzo, più che come critica sociale, si impone dunque come una lettura di svago (in questo senso è anche ottimamente riuscito), prodotto surgelato per quel bancone del supermercato narrativo di cui parlò Volponi e di cui vorrebbe essere voce critica.
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Luca canali sul Giornale 15 maggio 2007
La svolta radicale della narrativa italiana
 
Due romanzi recentissimi sono segnali d’una svolta radicale che sta avvenendo nella narrativa italiana contemporanea. Le stagioni dell’acqua di Laura Bosio (Longanesi 2007, pagg. 264, euro 16,90) è un robusto campione della tradizione (della conservazione?), nutrito quale esso è d’un impegno linguistico fondato sulla correttezza, sull’ordine e la trasparenza, anche se capace a volte d’una violenza espressiva che stupisce in una scrittrice così fedele a valori antichi da condividere con quanti siano disposti anche a fare rinunzie pur di non tradirli; si tratta di una saga familiare di grande ricchezza espressiva, che si svolge sullo sfondo allucinante delle acque delle risaie. I compagni del fuoco, di Ernesto Aloia (Rizzoli, 2007, pagg. 391, euro 18) è invece, dopo alcuni inserti didascalici di patalogia umana e di politica guerresca forse troppo protratti, l’esplosione drammatica ma anche beffarda d’uno stile travolgente, a volte disarticolato e velocissimo nei suoi snodi affabulatori che coinvolgono il lettore con una girandola di eventi, anche minimi, ma come determinati e dilatati da un soffio che spazza via l’angustia provinciale e furbesca da cui è ancora inficiata tanta nostra narrativa di giovinette e giovanotti poco più che alfabetizzati, ma dediti al proprio corrivo turpiloquio o a un’apparente essenzialità di dettato che è solo il velo di una penosa elementarità di idee e di mezzi espressivi: la vicenda è qui tutta incentrata su conflitti dialettici ma anche fisici fra gruppi di contestazione reciproca sul terreno delle civiltà, degli obiettivi, delle religioni. Il fatto è che il prepotente estendersi dell’informatica e della discutibile ma forse inevitabile globalizzazione hanno investito anche la letteratura, conferendole la necessità oggettiva di un linguaggio insistentemente gergale e a volte ermetico, ma che obbliga a prenderne atto come d’un nuovo esperanto plurilinguistico e di una vastità di orizzonti ideali, ma anche geografici e multietnici, sconosciuti finora ad autori avvezzi a calpestare e zappettare il loro orticello con feste paesane, fuochi d’artificio, maiali allegramente ammazzati, sordide traversie familiari e sessuali, giovanilismo d’accatto ed epiloghi accattivanti da trash televisivo che possono talvolta trasformare un maldestro scartafaccio in uno di quei melensi o indigesti bestseller vagheggiati da alcuni editori con l'aiuto di non pochi critici compiacenti. Il primo impulso a questa svolta, l’ha dato Giuseppe Genna con i suoi due ultimi libri, Anno luce Tropea), e soprattutto Dies irae (Rizzoli). Ma recentemene una nuova e decisiva virata è stata impressa alla narrativa nel suo complesso dal libro Breve storia di lunghi tradimenti di Tullio Avoledo (Einaudi, 2007, pagg.390, euro 16,50), vicenda di trasformazione di una banca in finanziaria internazionale e al suo interno il contrastato amore di una giovane donna in carriera e di un suo collega divenuto suo dipendente, smarrito ma renitente ai troppo radicali e spietati mutamenti. Ora, se la tradizione vuole continuare ai livelli che le sono propri e di cui essa è pienamente degna, deve «mostrare i muscoli», cioè giovarsi di una cultura non d’accatto, una capacità di allargare gli orizzonti della sua visione e della sua analisi. Da parte loro i «novatori» devono non strafare, cioè non dimenticare che ragione del pubblicare libri è la volontà e necessità di comunicare, e anche di far capire il senso e i valori non solo letterari della loro attuale sperimentazione, che non assomigli cioè ai vecchi sperimentalismi, i quali hanno ormai svolto la loro funzione e in fondo sono diventati anch’essi tradizione.
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Gianluca Bavagnoli su Stilos, 12 giugno 2007

Quotidianamente siamo messi di fronte alle atrocità della guerra, del terrorismo, degli attacchi kamikaze che ormai “fanno parte” del nostro modo di intendere e concepire l’Islam non moderato.
I media sono però un filtro. Le notizie che ci giungono all’orecchio, o all’occhio, sono spesso terribili, raccapriccianti, e talvolta ulteriormente enfatizzate nella loro già intrinseca gravità; ma si tratta comunque di immagini riportate, come appartenenti al genere fiction, e per questo indebolite della potenza devastante di chi le tragedie le vive, le respira.
Quali sarebbero le nostre reazioni se il pericolo del terrorismo, se gli scontri tra religioni e culture ci toccassero davvero da vicino? Ernesto Aloia, con
I compagni del fuoco (Rizzoli 24/7, pp. 392, € 18), prova ad azzerare le distanze integrando nella famiglia, nel nucleo per sua stessa natura più ristretto e sicuro, il germe della diversità e della differenza.
 Prendiamo Valerio Del Buono, un uomo di mezz’età, impegnato passivamente per la pace nel mondo con l’associazione non governativa della quale è tra i coordinatori, il Cingip (Centro Internazionale Non Governativo per una Iniziativa di Pace). Ora affianchiamogli Miranda, una donna assolutamente disinteressata alla vita politica e sociale del nostro Paese, ma ben imperniata di pedagogia e permissivismo post-sessantottini.
Tocco finale: Sebastiano, il figlio sedicenne. Capelli lunghi e sporchi, abbigliamento trasandato, chiusura totale verso familiari e amici. E questo è il meno; vanno infatti aggiunti quei tasselli che suo padre, in una ricerca metodica e disperata, ha messo insieme negli ultimi tempi: l’infatuazione per il talebano americano John Walker Lindh e il tentativo di imitarne ogni aspetto esteriore come se si trattasse di una rockstar, la passione bulimica per i video jihadisti di lapidazioni diffusi on-line, le nuove compagnie (immigrati maghrebini che sopravvivono in Italia grazie a traffici illeciti) e il suo nuovo Credo religioso.
Tutti questi elementi affonderanno nell’ansia più profonda il già tormentato Valerio, preda di stimoli sessuali irrequieti e fisime maniacali e tragicomiche verso qualunque cosa lo circondi (lavoro, mezzi di trasporto, ospedali). E certamente non lo aiuta l’atteggiamento contrastante di Miranda, che, pur dando un enorme peso al problema, non riterrà opportuno agire per evitare lo scontro con l’egosistema del figlio, spazio sacro e inviolabile nel lungo cammino della sua personalità in costruzione.
In questa condizione di tensione e conflitto la guerra fa il suo ingresso in casa Del Buono, e Aloia risponde a questa violazione introducendo nella quotidianità, con intenti ironici, un lessico tratto dall’ambito geopolitico familiare, per ragioni professionali, a Valerio: Sebastiano non si muove per casa ma tenta la ritirata; Valerio, terrorizzato dall’impossibilità di comunicazione che si sta creando, non tenta docilmente di chiarire la situazione ma gli sbarra la soglia, occupando provvisoriamente un’area di transito comune, in modo da non permettergli di raggiungere la sua stanza, quel territorio formalmente protetto da accordi di extraterritorialità; i due non parlano, non discutono, ma sembrano negoziare nel loro mondo minimo sui concetti di diritto e dovere che l’integrazione dovrebbe portare con sé.
I compagni del fuoco è un romanzo anomalo, spesso ironico negli scontri e nei paradossi descritti, ma davvero riuscito per la peculiarità delle tematiche e la corsia diretta in cui l’autore s’immette per affrontare la contemporaneità. In anni di convivenza e tentata integrazione (da entrambi i lati del “muro” culturale) lo straniero non è lontano. E può sconvolgere in un solo istante la tranquillità, il nido di apparente sicurezza di qualunque cittadino. A proposito: può sconvolgere, turbare o, più semplicemente, si può limitare all’alterazione di certi equilibri che sembravano ormai infrangibili e ben radicati?

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Paolo Della Sala su Libero, 19 giugno 2007

La prima cosa da fare, se si vuole conoscere la storia d'Italia, è di non leggere gli autori generalmente approvati; in nessun altro luogo si è meglio conosciuto il prezzo della menzogna, in nessun altro luogo essa fu meglio pagata". Così scriveva Stendhal.
I compagni del fuoco (Rizzoli, pp. 390, euro 18) è il romanzo di una generazione non "approvata" che ha riaperto gli occhi per scoprire un Paese delle meraviglie diverso dalle favole scolastiche, da quelle dei media. Camus affermava che non c'è rivolta senza sospensione della giustizia, senza terrore. Aloia aggiunge  una constatazione ineluttabile: i rivoltosi eurabici non sono dei lord Byron, sono dei mediocri.
Si parte da una famiglia torinese che adora il "first clean and save the world", ottimo sistema per eludere il "prima salva la tua anima e pulisci te stesso", antico suggerimento per cristiani e laici. Il pater familias lavora in una Ong e ha inventato l'Indice di conflittualità globale, un prodotto di successo tra chi ama ripulirsi la coscienza nell'Arno della pace. Seba, il figlio, ex frequentatore di palestre, scopre l'Isola Non-Trovata del terrorismo e si innamora degli sgozzatori del Darfur, invece di qualche pulzella di Moncalieri. Aloia utilizza personaggi in bilico tra Guido Gozzano e Cormack McCarthy, con i réportages di Lilli Gruber in mezzo, ma è Gozzano lo strumento migliore per leggere l'Italia dei salotti di sinistra, il Gozzano che scappa in India e si illude con l'orientalismo. Aloia colpisce gli intoccabili: i "buoni" di Camilleri e Tabucchi finalmente appaiono per quel che sono, dei sepolcri imbiancati. Miranda, la moglie, istruisce ispettori Siae, considera intoccabile il figlio, fugge da un'educazione cattolica. L'unico a non fuggire è il padre, che fa il giro di tutto il Piemonte alla ricerca di una discarica dove buttare il forno elettrico, sostituito da un più kyotesco forno a gas. L'odissea termina col pugno di un ubriaco. Suo figlio Seba non si lava più, si rinchiude in camera, scarica video alqaedisti, si innamora di John Walker Lindh, il "talebano americano". I compagni di scuola gli regalano saponette e il preside convoca i genitori. Invano. Seba rinuncia agli studi, legge il Corano, si prepara alla guerra. L'informazione centrifuga figlio e genitori, ma il dramma si svolge su punti diversi dell'oceano mediatico: l'internet jihadista sconvolge il figlio, mentre i suoi genitori  cadono come lemming nei burroni dei telegiornali convenzionali. Loro inseguono l'Eden, lui vuole l'Armagheddon, perché l'inferno è più vicino del cielo. Troverà infine una famiglia di immigrati e una missione qualunque, utile ad allontanarlo dalla palude parentale, dove tutto è pulito, corretto. La commedia esplode quando la Ong mette a punto un Fondo Etico "bilanciato", in partnership con la Banca cooperativa del Nord ovest: "Il ceto medio riflessivo di tutta Europa -la prima superpotenza morale del mondo- ...vuole continuare a guadagnare sentendosi al vertice della piramide etica". Ma il Fondo non decolla. Ci vuole altro, per riattivare i ricchi complessati e le truppe dei centri sociali. Si deve passare dalla finanza etica a quella antimperialista, ma qui Banca e Ong cadono nell'antica malattia della truffa. Questo e altro prima dello show-down. Aloia non è cinico come Mordecai Richler, ma la sua tela è fatta per mosche e farfalle italiane, e quindi ci interessa di più.

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Maura Murizzi sul Mucchio Selvaggio, luglio 2007
Chi si ricorda di John Walker Lindh? E’ il “talebano americano”, ora detenuto nel carcere di massima sicurezza di Florence, Colorado, che nel dicembre 2001 fu sorpreso a combattere a fianco dei talebani in Afghanistan: un ventenne californiano che la noia, la ricerca di identità, lo spirito di contraddizione spinsero a diventare musulmano e poi ad arruolarsi come volontario di Al Qaeda. Ernesto Aloia costruisce il suo primo romanzo (dopo due belle raccolte di racconti uscite tra il 2003 e il 2006 per minimum fax) attorno a un corrispondente italiano dello statunitense Johnny, un adolescente dei nostri tempi, figlio unico, di famiglia borghese, con padre politically correct e madre teorica dell’egosistema… La sua casa è una gabbia dorata da cui rifugge, prima collegandosi a Internet (dove scova filmati di lapidazioni ed esecuzioni) poi arrivando al Corano e infine avvicinando un ragazzo egiziano per essere iniziato all’arabo e soprattutto alla religione islamica. Per un sedicenne che aderisce all’islam ci sono due genitori che, incapaci di comunicare col figlio, si rivolgono a psicologi e detective per limitare i danni: i risultati saranno disastrosi e tragicomici, fino a compromettere la loro vita di coppia, la carriera e perfino la saldissima fede progressista.
Il romanzo è complesso e ricchissimo di dettagli, poiché Aloia sceglie di raccontare i principi, la storia privata e la vita professionale di tutti (o quasi) i personaggi, descrivendo una fauna umana spesso al limite della caricatura. A partire da Valerio, il padre quarantacinquenne di Sebastiano che lavora per il CINGIP (un fantomatico Centro Internazionale Non Governativo per una Iniziativa di Pace) ma porta a casa lo stipendio grazie agli articoli per Geodifesa, rivista evidentemente militarista; oppure Miranda, sua moglie, avvocato esperto in diritti d’autore e quindi in persecuzioni SIAE.
Grazie a uno stile sarcastico e irriverente, la storia è decisamente succosa e godibile; forse fin troppo ricca di particolari per tenere sempre alto il livello di attenzione lungo tutto il libro, ma comunque ambiziosa e graffiante, in questi tempi di false verità.
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Sergio Rotino, Fernandel, luglio 2007
E tre. Anzi, no: quattro. Già, questo è il quarto tentativo di recensire I compagni del fuoco, primo romanzo del torinese di adozione Ernesto Aloia. Libro brutto? Assolutamente no. E allora? Allora c’è bisogno di trovare le parole giuste per parlare di un romanzo di cui risulta complicato dire in maniera esatta, per la posizione ambivalente che da esso traspare e che però muove al ragionamento. Quindi riprovo a scriverne. Per
prima cosa ne I compagni del fuoco torna dal punto di vista stilistico lacostruzione della frase esatta e nitida che da sempre contraddistingue la produzione di Aloia, basta rileggersi i racconti di Chi si ricorda di Peter Szoke? (minimum fax, 2003) e Sacra fame dell’oro (minimum fax, 2006) o quelli contenuti nei vari numeri della rivista “Maltese narrazioni” di cui è stato redattore. Allo stesso tempo il romanzo ripropone anche i difetti di una simile scrittura: un certo affannato parossismo che prende la storia nella
seconda parte e una presenza eccessiva di personaggi utilizzati per una, due pose e poi abbandonati all’oblio. Colpisce però il pretesto su cui Aloia costruisce l’intera architettura del romanzo. Un pretesto forte, aggiornato all’oggi, com’è quello di un adolescente occidentale che decide di convertirsi all’Islam. È quanto fa Sebastiano detto Seba, sedicenne tranquillo che per ragioni non meglio chiarite abbraccia una fede non sua. Il transfert sembra essere John Walker Lindh, il “talebano americano”, adorato
come una rockstar o un divo del cinema. Per Aloia è il modo più opportuno per mettere in scena la crisi della società occidentale, tutta presa a difendere la democrazia senza rendersi conto di averla tramutata in un’idea senza valore. Così Valerio e Miranda, i genitori di Seba, nella loro incapacità di comprendere i mutamenti che li assalgono da ogni lato rappresentano perfettamente questa crisi, soprattutto quando svelano l’incapacità di guardare all’Altro non come a un semplice elemento perturbante. Seba lo sa e usa il tipico ribellismo dei sedici anni come una clava contro cui gli altri vanno a sbattere, facendo saltare regole e buone intenzioni, trascinando il suo nucleo familiare sull’orlo del precipizio, lì dove siamo veramente, a un passo dal vuoto. E peccato Aloia non abbia voluto o saputo portare la sua intuizione fino alle estreme conseguenze, perché ci sarebbe stato da schierarsi, da chiedersi chi sono i buoni, se veramente esistono, da che parte stanno. E perché.

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Sergio Rotino su Liberazione Queer, 15 luglio 2007 

Già conosciuto per due più che interessanti raccolte di racconti, Chi si ricorda di Peter Szoke? (2003) e Sacra fame dell'oro (2006), e per le brucianti trentaquattro pagine di un altro racconto, "La situazione", inserito all'interno de La qualità dell'aria , antologia curata tre anni fa da Lagioia e Raimo, il tutto edito dalla romana minimum fax, Ernesto Aloia torna a calcare il palcoscenico letterario italiano con I compagni del fuoco , il suo primo lavoro sulla lunga distanza. Un romanzo decisamente corposo che però, nelle quasi quattrocento pagine, conferma i vizi e le virtù di questo autore nato a Belluno nel 1965, ma da sempre residente a Torino, base operativa da cui ha iniziato il suo praticantato di narratore operando sulle pagine della rivista Maltese narrazioni . Da quella rivista ha preso corpo negli anni Novanta una scena di narratori del nordovest: Marco Drago, Matteo Galiazzo, insieme ad Aloia - ma anche Gianrico Bezzato, il cui Plays è un ottimo libro di racconti passato ingiustamente sotto silenzio - hanno espresso in più modi una capacità di sovvertire narrativamente un certo ordine imposto, statico, insito nella visione della realtà, offrendo al lettore punti di vista e prospettive non propriamente ortodosse, capaci di dare aria alle stanze del pensiero grazie anche a un uso ficcante del sarcasmo e dell'ironia.
Tutto questo si ripete ne I compagni del fuoco , dove a essere messa alla berlina è soprattutto la nostra società civile, incapace di elaborare e assimilare i mutamenti cui è sottoposta, incapace di prevederne gli sviluppi. Una società calcificata, arroccata attorno a un'idea di democrazia che somiglia sempre più a una pecetta troppo piccola, messa a coprire la voragine dell'incapacità a gestire situazioni. Aloia stigmatizza tutto questo attraverso le dinamiche interne ed esterne della famiglia molecolare dei Del Buono: padre, madre e figlio adolescente, cioè Valerio, Miranda e Sebastiano detto Seba. Utilizza un elemento di perturbazione, già in movimento ad apertura di libro, che la denuda e la frantuma nel procedere dei capitoli.
La spina nel fianco di questa famiglia di intellettuali della media borghesia, tutti presi dal tacitare l'angoscia che li rode probabilmente per l'impotenza dei principi cui hanno appeso i loro ideali, è proprio il figlio. Se infatti Valerio è occupato a stilare un non si sa quanto veritiero Indice di Conflittualità Globale per il Cingip - organismo non governativo supportato economicamente dalla giovane Banca Cooperativa del Nord Ovest, «con tanti soci, una buona liquidità e un sacco di progetti», soprattutto un "fondo etico di investimento" rivolto al ceto medio "riflessivo", che si trasforma nel primo istituto di credito a finanziare la resistenza irachena - dai cui uffici transiterà verso le prime pagine di uno dei maggiori quotidiani del Paese, e a rispettare in modo personale quanto maniacale il Protocollo di Kyoto; se Miranda cerca una sua indipendenza nel mondo del lavoro attraverso la sua esperienza da legale e, contemporaneamente, tenta di comprendere le turbolenze che stanno attraversando il nucleo familiare sfoggiando un pensiero in apparenza non proprio omologato, Sebastiano riflette la propria rivolta adolescenziale, la propria ricerca di identità autonoma immedesimandosi nella figura di John Walker Lindh, il "talebano americano". Rifiutando di lavarsi, e per questo venendo colpito dal "pensierino igienico" dei suoi compagni di classe (una scatola di saponi e di deodoranti abbandonata nella sua stanza), facendosi crescere la barba in puro stile musulmano, vestendo sempre lo stesso maglione e gli stessi pantaloni militari, ne ripete le costrizioni cui è stato sottoposto dopo la cattura.
Un pretesto narrativo forte quello messo in campo da Aloia, che trasforma una possibile infatuazione adolescenziale (il poster di Lindh campeggia nella stanza di Seba al pari di una qualsivoglia star del cinema o della musica) in elemento capace di sgretolare le sovrastrutture ideologiche di cui sono pervasi i genitori. Un figlio che manda a memoria in arabo la «sura del mattino», che prega come ogni vero credente, che conserva nell'hard disk del suo computer filmati di donne adultere flagellate, di sgozzamenti jihadisti, si trasforma nel diverso, in colui che destabilizza lo status quo sociale. Si trasforma nel terrore che manda gambe all'aria il perbenismo ipocrita, la facciata benpensante dietro cui ci si nasconde. Il primo a pagarne le conseguenze è Valerio, seguito da Miranda e, almeno all'apparenza, dall'inarrestabile sfasciarsi della famiglia. Seba no, appare come l'unico capace di sposare una causa per quanto in modo ingenuo, incompleto. Ma ad Aloia sembra mancare il coraggio di portare alle estreme conseguenze la storia per cui ha costruito uno scenario nevrastenico quanto estremamente probabile. A lettura finita I compagni del fuoco appare come un romanzo in cui l'autore ha gettato una pietra nello stagno per poi nascondere la mano, affermando di aver solo voluto vedere come si propagano le onde. Forse anche per questo preferisce offrire un sottofinale ironicamente consolatorio, e assolutamente debole, in cui la famiglia - Valerio e Miranda - si ricompone. Però non su nuove basi, bensì rifirmando lo stesso contratto con le stesse regole.
E' la famiglia che riflette l'impossibilità al cambiamento di tutta la società occidentale? Probabile. Però lascia decisamente perplessi il finale dedicato a Sebastiano, accomunato alla figura di Iorio, il defunto nonno materno - vissuto nel Novecento, un «secolo serio» - che nasce «lo stesso giorno in cui l'Italia era entrata nella Prima guerra mondiale» e si fa intera la Seconda guerra mondiale, decidendo di stare coi partigiani. Accomuna cioè il ragazzo all'idea di speranza in un mondo migliore che si incolla sempre sulla fronte di chi ha fatto la Resistenza. Eppure Sebastiano sa che ciò non è più possibile in quanto, come scrive il narratore, quello di Iorio era «un altro mondo, un'altra Italia, un altro paese». Allora perché applicare una simile eguaglianza? La pazienza che Seba comprende di dover trovare dentro di sé per far attecchire e germogliare le proprie idee nel mondo, non era una scelta abbastanza forte di per se stessa.

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Giovanni Tesio su TTL (La Stampa) del 21 luglio 2007
Di quale fuoco compagni I compagni del fuoco. primo romanzo del torinese Ernesto Aloia, pubblicato da Rizzoli dopo i due precedenti libri di racconti usciti da minimum fax? Protagonisti di quali storie? Vittime di quali sbandamenti? Portatori di quali infezioni? Il filo della narrazione si tiene a die direttrici incrociate, non disdegnando di uncluderne una terza che nasce per altro da una costola della seconda (a ben vedere persino di una quarta che nasce da una costola della prima).
    Da un lato c'è la storia di un ragazzo adolescente e di una famiglia indaffarata ma apparentemente ineccepibile, dall'altro c'è la storia di un gruppo, il Centro Internazionale Non Governativo per una Iniziativa di Pace (Cingip), che lavora a organizzare conferenze, pubblicare rapporti e soprattutto raccogliere dati per stabilire e aggiornare un Indice di Conflittualità Globale (Icg) in base a filmati, azioni, proteste che giungono da ogni porzione di mondo e che sono gestite da un Comitato dei Coordinatori Regionalu (Ccr).
    Da un lato ci sono un padre che in quel gruppo lavora, una madre che è specializzata in diritti d'autore, un figlio che veste all'improvviso la giubba del fondamentalista occidentale, imitando l'esempio del «talebano americano» John Walker Lindh, detenuto in un carcere di massima sicurezza degli Stati Uniti, dall'altro c'è una squadra di peratori in riunione perpetua per misurare il tasso di una violenza endemica, in continuo rialzo. Ma poi c'è anche il tentativo di applicare agli autori del progetto di pace - collegabili a tutta una serie di nobili istanze civili - mire un po' meno nobili di carattere finanziario, che vengono a ingarbugliare sotto la maschera ipocrita e astutamente malandrina di un progetto «Etico -Plus» le scheggiate affinità del gruppo, non proprio e non sempre così equo e solidale come imporrebbero i princìpi su cui si fonda.
    Al centro della storia, che si svolge in una città anonima, stanno dunque due genitori alle prese con lo shock e lo spiazzamento di un figlio inopinatamente in deroga, genitori rassegnati a spiarne goffamente le mosse, a interrogarsi sui punti deboli di un sistema educativo che mostra all'improvviso il suo difetto. Materia difficile, perché un figlio così rovescio costringe a mutamenti di rotta, imbarcando esercizi di psicologia vacuamente sentenziosa, pregiudizi di dirigenti scolastici ottusi, cattivi pensieri connessi ai più sottili sensi di colpa, che arrivano ad insidiare il rapporto coniugale fino alle soglie del collasso. Tutt'intorno sta il gruppo con le sue dinamiche assortite, le sue connivenze dissociate, le sue iniziative virtuose, le sue strategie di coinvolgimento (ivi compresa una sgangherata e grottesca assemblea con i ragazzi di un centro sociale occupato).
    Così, mentre seguiamo le evoluzioni dei due genitori intorno ad un figlio tenacemente abbarbicato al suo bisogno di identificazione, capace di mandare all'aria l'«egosistema» messo a punto per favorirne la crescita illimitata, assistiamo alle oziose circonvoluzioni di un gruppo su cui aleggia il senso di un ridicolo sempre più stridulo e dissonante. E il cuore del romanzo finisce per pulsare nella diversità dei registri narrativi, con effetti di dolente smarrimento affettivo e insieme di buffa (e persino beffarda) contradditorietà esistenziale. Diversità dei registri che è perfettamente adeguata al caos di un mondo in cui niente vuole più «stare al suo posto».
    Come diceva Ionesco, l'umorismo ci rende coscienti della nostra condizione tragica e solo il comico è capace di darci la forza di sopportare la tragedia - meglio: la tragicommedia - della nostra esistenza sempre più postuma o postrema.
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Maura Murizzi intervista Ernesto Aloia su "I compagni del fuoco", Il Mucchio Selvaggio, ottobre 2007

1.      I compagni del fuoco è molto distante dalla tua produzione precedente, sia per la forma (romanzo fluviale rispetto ai precedenti racconti brevi) che per l’argomento, strettamente contemporaneo. Ritieni di aver fatto in certo qual modo un ‘salto’ di qualità, oppure vedi continuità con i tuoi lavori precedenti?
R Tutte e due le cose. Salto di qualità nel senso di passaggio dalla dimensione del racconto (sia pure lungo com’erano quelli di Sacra Fame dell’Oro) al romanzo, e per di più a un romanzo “polifonico” come I compagni del fuoco in cui sono molti i personaggi e le sottotrame. Inoltre, il salto di qualità c’è anche nel registro: in Sacra Fame dell’Oro era tragico, nei Compagni del fuoco lo definirei “tragisatirico.” Insomma, quello che accade non rientra certo nella categoria del comico, ma qualche volta si ride. Amaro, ma si ride. La continuità c’è nei temi e nell’atteggiamento di fondo verso i personaggi, verso i quali non mi sento mai troppo indulgente.
 
2.      Gli argomenti che tocchi nel romanzo sono davvero tanti, dalle sure del Corano alla Responsabilità Sociale d’Impresa, dalla pedagogia post-sessantottina all’invadenza di Internet nelle nostre vite. Come hai costruito e governato un intreccio così complesso? Hai avuto degli empasse? Degli editor che supportassero e verificassero quello che andavi scrivendo?
R No, nessuno ha supportato, o supervisionato niente. Certo, l’ampiezza dell’intreccio mi ha costretto a piazzarmi sulla scrivania una lavagna su cui avevo tracciato uno schema dei personaggi, delle loro relazioni reciproche, di alcuni avvenimenti centrali. Inoltre, ho riempito due quaderni di appunti, ho raccolto tonnellate di materiale dai giornali e dal web. Impasse ce ne sono state, è ovvio. Ma direi che sono connaturate al mio modo di procedere. Ci sono scrittori che tracciano, all’inizio, uno schema complessivo del libro, e poi lo seguono fino alla fine. Io non lo faccio. Tutte le volte che ci ho provato ho avuto la sensazione di una costrizione che, alla fine dei conti, diventava una limitazione creativa. Così,va a finire che  non so mai quello che succederà nel capitolo successivo. Questo salva la libertà dei personaggi ,li lascia liberi di esprimersi,  ma aumenta la mia ansia dell’impasse. Ma poi, per fortuna, me la cavo sempre.
3.       Un argomento che ritorna spesso nei tuoi libri è il potere deviato di banche e finanza, il loro sciacallaggio di mode e princìpi (in Sacra fame dell’oro speculano sulla voglia di guadagno facile dei clienti coi bond argentini, qui creano fondi etici in cui fare investire ambientalisti, internazionalisti, pacifisti ecc.). Da dove ti viene questa ‘passione’? ti costa fatica rendere romanzesco un tema in apparenza così poco letterario?
Lo dici tu stessa, è un tema poco letterario solo in apparenza. In realtà il tema del denaro, da Balzac a Maupassant a Tom Wolfe, è un formidabile generatore narrativo (così come del resto, sul piano della realtà extraletteraria, della vita, è un formidabile movente delle azioni degli uomini). Io poi non parlerei di sciacallaggio di mode e princìpi. Nel romanzo i coordinatori dell’immaginario Centro Internazionale Non Governativo per una Iniziativa di Pace sono ben contenti di fare da testimonial a un fondo etico e , quando si tratta di guadagnare non si tirano indietro di fronte a niente. Hanno belle dentature da squali, anche se mascherate da boccucce umanitarie. Quando il fondo non va più bene come ai bei tempi, non esitano a inventarsi la “finanza antimperialista” e a infilarsi nella truffa del sunnita e del finanziamento all’insorgenza irachena. La banca li seduce, ma solo perché loro non desiderano altro. Come nella realtà: le ONG non sono confraternite di santi, il denaro, il potere, l’ideologia gli interessano quanto alle organizzazioni di qualsiasi altro tipo. Spesso i loro interventi sono dettati più dalla necessità di intercettare i flussi di fondi erogati dall’ONU e dagli altri organismi internazionali (che a seconda del momento e del battage dei media si indirizzano di volta in volta in una o nell’altra delle aree disgraziate del globo) che dalla volontà di far fronte a reali bisogni. Con in più la particolare ipocrisia che viene dal presentarsi come portavoce dell’”umanitario.”
 
4.      Ci parli di come hai costruito i caratteri di Valerio, Miranda e Sebastiano, e della teoria dell’egosistema? Qualcuno dei tuoi amici/parenti si è riconosciuto nel finto buonismo di Valerio o nel modello genitoriale di Miranda?
E’ troppo presuntuoso rispondere come Flaubert su Emma Bovary, che Valerio “c’est moi?” Puoi, certo, prendere spunto dall’esterno, ma alla fin fine l’autore trova tutti i suoi personaggi dentro di sé. Questo non vuol dire che io condivida le idee di Valerio, ma che conosca nel profondo i suoi sentimenti, le sue paure, questo sì. L’egosistema… è nata prima la parola della cosa, e tutto ha origine dalle brutte reminiscenze del collegio di suore in cui Miranda ha studiato da ragazzina. L’unione delle aspirazioni politicamente corrette di Valerio e dell’odio di Miranda per le intrusioni nella privacy provoca l’equivoco della grottesca inviolabilità della camera del figlio.
 
5.      Uno dei difetti che generalmente vengono rimproverati agli scrittori della tua generazione è il loro ‘guardarsi l’ombelico’, il limitarsi a scrivere quello che conoscono senza osare in territori nuovi. In questo senso sei atipico rispetto ai tuoi coetanei. Come mai? In che ambiente sei cresciuto, con quali modelli di riferimento?
Non ho mai lapidato nessuno, se è questo che vuoi sapere. Sono cresciuto in una normalissima famiglia borghese metropolitana. Grandi modelli di riferimento non me li ricordo, da bambino e da adolescente vivevo come sdoppiato tra la mia vita esterna, nel gruppo e in classe, e quella segreta, individuale, fatta soprattutto di introversione (ma nel senso buono, nel senso di guardare dentro se stessi) e fantasticherie. I libri mi sono sempre piaciuti molto. Quanto all’ombelico, il punto non è se gli scrittori se lo contemplano l’ombelico o no, ma se lo guardano bene. Perché a guardarlo bene, in un ombelico c’è tutto. In generale, ho l’impressione che gli scrittori italiani si vergognino di fare ricerca per ricostruire ambienti, culture, persone diverse da quelle che hanno sempre davanti agli occhi. Hanno paura delle trame articolate, con tanti personaggi. Diffidano dell’aspetto “sociale” del romanzo, inteso come inserimento dei personaggi in uno spaccato di società ben delineato. Tutto sommato credo che nutrano un grande complesso di inferiorità nei confronti dei colleghi stranieri, e non del tutto a torto. Il pubblico è sempre pronto a leggersi 800 pagine di Tom Wolfe, ma se appena appena un italiano supera le 300 ecco che scattano mille remore.
 
6.      Negli Stati Uniti le scuole di scrittura sono ormai un’istituzione, molti autori dicono di riuscire a produrre solo se lavorano dalle nove alle cinque di ogni giorno, sembra insomma che la letteratura sia un mestiere come un altro, basta avere solo metodo e costanza… Lo credi anche tu oppure è ancora giustificabile l’idea romantica dello scrittore che scrive se e quando ha l’ispirazione e il fuoco dentro? 
L’ispirazione come la raccontano, l’idea fulminante che nasce lontano dalla tastiera del computer, riguarda l’1% dell’opera, magari un’idea germinale, o un’immagine di partenza. La scrivi su un taccuino e via. Ma se stai lì ad aspettare, finisce che il romanzo non lo inizi mai. Non sto dicendo che l’ispirazione non esista, solo che opera diversamente da come di solito si racconta. Se ti metti alla scrivania, al lavoro, l’ispirazione lavora con te, anche senza che tu te ne accorga. Magari alla fine della mattinata, senza aver avuto la sensazione di un romantico lampo di genio, hai scritto la tua pagina migliore. E pensare che magari te ne saresti restato volentieri a letto… Quanto alle scuole di scrittura, valgono quanto tutte le altre scuole: ti facilitano in cose che altrimenti ti richiederebbero più tempo, fatica e spirito di osservazione.
 
7.      A cosa è dovuto il cambio di editore, il passaggio dalla casa editrice romana che ti ha lanciato (minimum fax) a una ‘milanese’?
In cinque lettere: soldi. D’altra parte sono o non sono l’autore di Sacra Fame dell’Oro? A parte gli scherzi, visto che se fossi sul serio avido di denaro ricaverei davvero poche soddisfazioni dalla vita, bisogna considerare che per chi scrive non c’è assolutamente distinzione tra fattore economico e fattore artistico. In una situazione come quella italiana, con un gran numero di scrittori che si arrabattano a tirare avanti disputandosi tozzi di pane, avere un anticipo più alto, vendere più copie, può significare dover faticare meno in altre attività, avere più tempo per la narrativa. In altre parole, scrivere di più e meglio.
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Luca Orsenigo su Il Gazzettino, 8 gennaio 2008
La storia è una di quelle che, all'inizio, quando te le raccontano, sembra del tutto inverosimile: una roba così non sta in piedi. E invece più si presta orecchio e la storia si dipana, più tutto si tiene, siamo costretti a riconoscerlo. Forse il narratore si dilunga un po' troppo, forse s'innamora del suo stesso raccontare, ma la storia d'un tratto ci cattura. Ci riconosciamo un poco, e riconosciamo amici e parenti, il figlio del tale, il vicino di pianerottolo. Poi, alla fine, magari la storia sembrerà ancora assurda, ma protagonisti e comprimari sono tanto veri da essere uno spaccato dell'Italia che c'è, viva e vera accanto a noi, universale, come certe commedie di Sordi.
     Ecco, il romanzo del bellunese Ernesto Aloia
I compagni del fuoco ci ha lasciato un gusto di questo genere: lo stesso dolceamaro di alcune commedie del grande attore romano, la stessa sensazione che i vizi e le cirtù che vi sono rappresentati appartengano se non proprio a tutti, certamente ad una buona fetta di popolazione. Qui, nel romanzo, a guidare le danze è la generazione dei quarantacinquenni o giù di lì, pieni di rimorsi e sensi di colpa, di quelli che si affannano diero il politically correct, all'etica a tutti i costi (il che pooi tanto etico non è, e sarò la vita stessa a incaricarsi di metterli alla berlina) e forse stanno solo tirando a campare cercando di coniugare il personale con il politico, come si diceva. Gente di sinistra, insomma, una famiglia come tante: lui impegnato a tempo pieno come professionista della pace in un'associazione ad hoc, lei laureata in lettere, relatrice di fantomatici corsi d'aggiornamento per ispettori STAE (i quali fanno una figura da babbioni, stolidi e ficcanaso), il figlio sommerso dai deliri dell'adolescenza.
    Tutto si complica proprio quando quest'ultimo elegge John Walker Lindth, l'americano fattosi talebano barbuto e arrabbiato e tutt'ora davvero in carcere, a suo modello, abbraccia l'Islam e cessa del tutto di lavarsi. La relazione di mamma e papà, come ci si aspetta, entra in crisi; il marito si trova, ma guarda!, tra le braccia di una ragazzina; il suo stesso lavoro, impregnato di idealismo, mostra la sua miseria umana, e gli individui sono triturati dagli eventi (dire triturati dalla Storia forse sarebbe troppo).
    Il finale, che non sveleremo per non togliere il divertimento, riporta i protagonisti sui binari più tranquillizzanti che ci siano di questi tempi, e la famiglia trionfa. E sì, la donna, la Moglie forse è il caso di dire, incarna l'unica speranza della storia, l'unico aspetto equilibratore, tanto almeno da far dire al marito, ormai giunto al termine, insieme al figlio, di tante amarezze e vicissitudini: «Riportaci a casa. Tutti e due». Lì, stiamone pur certi, la tragicomica avventura della vita riprenderà il suo corso. Una storia, dunque, che non mancherà di stupirvi, anche se l'abbiamo vista vivere e la viviamo un po' tutti. Qui, il valore aggiunto che non molla il lettore per un attimo, è l'ironia e il sorriso, sorriso non di compatimento però, di complicità  e disincanto piuttosto, che rende la lettura tanto gradevole da non stancare e permette a chi ne gode, di non sentirsi giudicato anche se e quando qua e là vi si riconosce. E arrossisce.



postato da: ernestoA alle ore 08:38 | Permalink | commenti
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