Rassegna Stampa su I compagni del Fuoco
Valeria Parrella su Grazia, 28 marzo 2007
Se tuo figlio abbraccia la causa talebana
Valerio e Miranda sono una coppia in cui gran parte dei lettori di questo libro si riconoscerà: hanno fatto delle scelte - politiche, sociali, umane - così condivisibili e partecipate da non essere mai militanti. Il loro Medio Oriente privato si chiama Sebastiano, ha 14 anni e vive nella stanzetta: il luogo dove si è costruito un egosistema di hi-fi, computer e televisione chei genitori sentono come inviolabile. Ma qui il ragazzo sta coltivando una strana passione che agli occhi dei genitori, prima di sembrare pericolosa, sembra un fallimento: idolatrando il talebano americano John Walker Lindh viene affascinato sempre più dalle interpretazioni estremiste e violente dell'islam, scarica dal web filmati di lapidazioni, non mangia più la carne, non si lava più, vuole dare il suo contributo alla causa... Quello che rende questo romanzo veramente bello non sono i fatti, bensì quel gioco interminabile e tenerissimo di avvicinamenti e distanze, speranze e delusioni, che costituiscono l'autodeterminazione dei figli versi i padri, ma anche dei padri verso i figli e dell'umanità tutta verso se stessa. Con una lingua moderna e colta, leggibile a più livelli, Ernesto Aloia allunga il passo dei suoi precedenti racconti e conferma la sua fama di scrittore raffinato e corrosivo.
Quotidianamente siamo messi di fronte alle atrocità della guerra, del terrorismo, degli attacchi kamikaze che ormai “fanno parte” del nostro modo di intendere e concepire l’Islam non moderato.
I media sono però un filtro. Le notizie che ci giungono all’orecchio, o all’occhio, sono spesso terribili, raccapriccianti, e talvolta ulteriormente enfatizzate nella loro già intrinseca gravità; ma si tratta comunque di immagini riportate, come appartenenti al genere fiction, e per questo indebolite della potenza devastante di chi le tragedie le vive, le respira.
Quali sarebbero le nostre reazioni se il pericolo del terrorismo, se gli scontri tra religioni e culture ci toccassero davvero da vicino? Ernesto Aloia, con I compagni del fuoco (Rizzoli 24/7, pp. 392, € 18), prova ad azzerare le distanze integrando nella famiglia, nel nucleo per sua stessa natura più ristretto e sicuro, il germe della diversità e della differenza.
Prendiamo Valerio Del Buono, un uomo di mezz’età, impegnato passivamente per la pace nel mondo con l’associazione non governativa della quale è tra i coordinatori, il Cingip (Centro Internazionale Non Governativo per una Iniziativa di Pace). Ora affianchiamogli Miranda, una donna assolutamente disinteressata alla vita politica e sociale del nostro Paese, ma ben imperniata di pedagogia e permissivismo post-sessantottini.
Tocco finale: Sebastiano, il figlio sedicenne. Capelli lunghi e sporchi, abbigliamento trasandato, chiusura totale verso familiari e amici. E questo è il meno; vanno infatti aggiunti quei tasselli che suo padre, in una ricerca metodica e disperata, ha messo insieme negli ultimi tempi: l’infatuazione per il talebano americano John Walker Lindh e il tentativo di imitarne ogni aspetto esteriore come se si trattasse di una rockstar, la passione bulimica per i video jihadisti di lapidazioni diffusi on-line, le nuove compagnie (immigrati maghrebini che sopravvivono in Italia grazie a traffici illeciti) e il suo nuovo Credo religioso.
Tutti questi elementi affonderanno nell’ansia più profonda il già tormentato Valerio, preda di stimoli sessuali irrequieti e fisime maniacali e tragicomiche verso qualunque cosa lo circondi (lavoro, mezzi di trasporto, ospedali). E certamente non lo aiuta l’atteggiamento contrastante di Miranda, che, pur dando un enorme peso al problema, non riterrà opportuno agire per evitare lo scontro con l’egosistema del figlio, spazio sacro e inviolabile nel lungo cammino della sua personalità in costruzione.
In questa condizione di tensione e conflitto la guerra fa il suo ingresso in casa Del Buono, e Aloia risponde a questa violazione introducendo nella quotidianità, con intenti ironici, un lessico tratto dall’ambito geopolitico familiare, per ragioni professionali, a Valerio: Sebastiano non si muove per casa ma tenta la ritirata; Valerio, terrorizzato dall’impossibilità di comunicazione che si sta creando, non tenta docilmente di chiarire la situazione ma gli sbarra la soglia, occupando provvisoriamente un’area di transito comune, in modo da non permettergli di raggiungere la sua stanza, quel territorio formalmente protetto da accordi di extraterritorialità; i due non parlano, non discutono, ma sembrano negoziare nel loro mondo minimo sui concetti di diritto e dovere che l’integrazione dovrebbe portare con sé.
I compagni del fuoco è un romanzo anomalo, spesso ironico negli scontri e nei paradossi descritti, ma davvero riuscito per la peculiarità delle tematiche e la corsia diretta in cui l’autore s’immette per affrontare la contemporaneità. In anni di convivenza e tentata integrazione (da entrambi i lati del “muro” culturale) lo straniero non è lontano. E può sconvolgere in un solo istante la tranquillità, il nido di apparente sicurezza di qualunque cittadino. A proposito: può sconvolgere, turbare o, più semplicemente, si può limitare all’alterazione di certi equilibri che sembravano ormai infrangibili e ben radicati?
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Paolo Della Sala su Libero, 19 giugno 2007
La prima cosa da fare, se si vuole conoscere la storia d'Italia, è di non leggere gli autori generalmente approvati; in nessun altro luogo si è meglio conosciuto il prezzo della menzogna, in nessun altro luogo essa fu meglio pagata". Così scriveva Stendhal.
I compagni del fuoco (Rizzoli, pp. 390, euro 18) è il romanzo di una generazione non "approvata" che ha riaperto gli occhi per scoprire un Paese delle meraviglie diverso dalle favole scolastiche, da quelle dei media. Camus affermava che non c'è rivolta senza sospensione della giustizia, senza terrore. Aloia aggiunge una constatazione ineluttabile: i rivoltosi eurabici non sono dei lord Byron, sono dei mediocri. Si parte da una famiglia torinese che adora il "first clean and save the world", ottimo sistema per eludere il "prima salva la tua anima e pulisci te stesso", antico suggerimento per cristiani e laici. Il pater familias lavora in una Ong e ha inventato l'Indice di conflittualità globale, un prodotto di successo tra chi ama ripulirsi la coscienza nell'Arno della pace. Seba, il figlio, ex frequentatore di palestre, scopre l'Isola Non-Trovata del terrorismo e si innamora degli sgozzatori del Darfur, invece di qualche pulzella di Moncalieri. Aloia utilizza personaggi in bilico tra Guido Gozzano e Cormack McCarthy, con i réportages di Lilli Gruber in mezzo, ma è Gozzano lo strumento migliore per leggere l'Italia dei salotti di sinistra, il Gozzano che scappa in India e si illude con l'orientalismo. Aloia colpisce gli intoccabili: i "buoni" di Camilleri e Tabucchi finalmente appaiono per quel che sono, dei sepolcri imbiancati. Miranda, la moglie, istruisce ispettori Siae, considera intoccabile il figlio, fugge da un'educazione cattolica. L'unico a non fuggire è il padre, che fa il giro di tutto il Piemonte alla ricerca di una discarica dove buttare il forno elettrico, sostituito da un più kyotesco forno a gas. L'odissea termina col pugno di un ubriaco. Suo figlio Seba non si lava più, si rinchiude in camera, scarica video alqaedisti, si innamora di John Walker Lindh, il "talebano americano". I compagni di scuola gli regalano saponette e il preside convoca i genitori. Invano. Seba rinuncia agli studi, legge il Corano, si prepara alla guerra. L'informazione centrifuga figlio e genitori, ma il dramma si svolge su punti diversi dell'oceano mediatico: l'internet jihadista sconvolge il figlio, mentre i suoi genitori cadono come lemming nei burroni dei telegiornali convenzionali. Loro inseguono l'Eden, lui vuole l'Armagheddon, perché l'inferno è più vicino del cielo. Troverà infine una famiglia di immigrati e una missione qualunque, utile ad allontanarlo dalla palude parentale, dove tutto è pulito, corretto. La commedia esplode quando la Ong mette a punto un Fondo Etico "bilanciato", in partnership con la Banca cooperativa del Nord ovest: "Il ceto medio riflessivo di tutta Europa -la prima superpotenza morale del mondo- ...vuole continuare a guadagnare sentendosi al vertice della piramide etica". Ma il Fondo non decolla. Ci vuole altro, per riattivare i ricchi complessati e le truppe dei centri sociali. Si deve passare dalla finanza etica a quella antimperialista, ma qui Banca e Ong cadono nell'antica malattia della truffa. Questo e altro prima dello show-down. Aloia non è cinico come Mordecai Richler, ma la sua tela è fatta per mosche e farfalle italiane, e quindi ci interessa di più.
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Sergio Rotino su Liberazione Queer, 15 luglio 2007
Già conosciuto per due più che interessanti raccolte di racconti, Chi si ricorda di Peter Szoke? (2003) e Sacra fame dell'oro (2006), e per le brucianti trentaquattro pagine di un altro racconto, "La situazione", inserito all'interno de La qualità dell'aria , antologia curata tre anni fa da Lagioia e Raimo, il tutto edito dalla romana minimum fax, Ernesto Aloia torna a calcare il palcoscenico letterario italiano con I compagni del fuoco , il suo primo lavoro sulla lunga distanza. Un romanzo decisamente corposo che però, nelle quasi quattrocento pagine, conferma i vizi e le virtù di questo autore nato a Belluno nel 1965, ma da sempre residente a Torino, base operativa da cui ha iniziato il suo praticantato di narratore operando sulle pagine della rivista Maltese narrazioni . Da quella rivista ha preso corpo negli anni Novanta una scena di narratori del nordovest: Marco Drago, Matteo Galiazzo, insieme ad Aloia - ma anche Gianrico Bezzato, il cui Plays è un ottimo libro di racconti passato ingiustamente sotto silenzio - hanno espresso in più modi una capacità di sovvertire narrativamente un certo ordine imposto, statico, insito nella visione della realtà, offrendo al lettore punti di vista e prospettive non propriamente ortodosse, capaci di dare aria alle stanze del pensiero grazie anche a un uso ficcante del sarcasmo e dell'ironia.
Tutto questo si ripete ne I compagni del fuoco , dove a essere messa alla berlina è soprattutto la nostra società civile, incapace di elaborare e assimilare i mutamenti cui è sottoposta, incapace di prevederne gli sviluppi. Una società calcificata, arroccata attorno a un'idea di democrazia che somiglia sempre più a una pecetta troppo piccola, messa a coprire la voragine dell'incapacità a gestire situazioni. Aloia stigmatizza tutto questo attraverso le dinamiche interne ed esterne della famiglia molecolare dei Del Buono: padre, madre e figlio adolescente, cioè Valerio, Miranda e Sebastiano detto Seba. Utilizza un elemento di perturbazione, già in movimento ad apertura di libro, che la denuda e la frantuma nel procedere dei capitoli.
La spina nel fianco di questa famiglia di intellettuali della media borghesia, tutti presi dal tacitare l'angoscia che li rode probabilmente per l'impotenza dei principi cui hanno appeso i loro ideali, è proprio il figlio. Se infatti Valerio è occupato a stilare un non si sa quanto veritiero Indice di Conflittualità Globale per il Cingip - organismo non governativo supportato economicamente dalla giovane Banca Cooperativa del Nord Ovest, «con tanti soci, una buona liquidità e un sacco di progetti», soprattutto un "fondo etico di investimento" rivolto al ceto medio "riflessivo", che si trasforma nel primo istituto di credito a finanziare la resistenza irachena - dai cui uffici transiterà verso le prime pagine di uno dei maggiori quotidiani del Paese, e a rispettare in modo personale quanto maniacale il Protocollo di Kyoto; se Miranda cerca una sua indipendenza nel mondo del lavoro attraverso la sua esperienza da legale e, contemporaneamente, tenta di comprendere le turbolenze che stanno attraversando il nucleo familiare sfoggiando un pensiero in apparenza non proprio omologato, Sebastiano riflette la propria rivolta adolescenziale, la propria ricerca di identità autonoma immedesimandosi nella figura di John Walker Lindh, il "talebano americano". Rifiutando di lavarsi, e per questo venendo colpito dal "pensierino igienico" dei suoi compagni di classe (una scatola di saponi e di deodoranti abbandonata nella sua stanza), facendosi crescere la barba in puro stile musulmano, vestendo sempre lo stesso maglione e gli stessi pantaloni militari, ne ripete le costrizioni cui è stato sottoposto dopo la cattura.
Un pretesto narrativo forte quello messo in campo da Aloia, che trasforma una possibile infatuazione adolescenziale (il poster di Lindh campeggia nella stanza di Seba al pari di una qualsivoglia star del cinema o della musica) in elemento capace di sgretolare le sovrastrutture ideologiche di cui sono pervasi i genitori. Un figlio che manda a memoria in arabo la «sura del mattino», che prega come ogni vero credente, che conserva nell'hard disk del suo computer filmati di donne adultere flagellate, di sgozzamenti jihadisti, si trasforma nel diverso, in colui che destabilizza lo status quo sociale. Si trasforma nel terrore che manda gambe all'aria il perbenismo ipocrita, la facciata benpensante dietro cui ci si nasconde. Il primo a pagarne le conseguenze è Valerio, seguito da Miranda e, almeno all'apparenza, dall'inarrestabile sfasciarsi della famiglia. Seba no, appare come l'unico capace di sposare una causa per quanto in modo ingenuo, incompleto. Ma ad Aloia sembra mancare il coraggio di portare alle estreme conseguenze la storia per cui ha costruito uno scenario nevrastenico quanto estremamente probabile. A lettura finita I compagni del fuoco appare come un romanzo in cui l'autore ha gettato una pietra nello stagno per poi nascondere la mano, affermando di aver solo voluto vedere come si propagano le onde. Forse anche per questo preferisce offrire un sottofinale ironicamente consolatorio, e assolutamente debole, in cui la famiglia - Valerio e Miranda - si ricompone. Però non su nuove basi, bensì rifirmando lo stesso contratto con le stesse regole.
E' la famiglia che riflette l'impossibilità al cambiamento di tutta la società occidentale? Probabile. Però lascia decisamente perplessi il finale dedicato a Sebastiano, accomunato alla figura di Iorio, il defunto nonno materno - vissuto nel Novecento, un «secolo serio» - che nasce «lo stesso giorno in cui l'Italia era entrata nella Prima guerra mondiale» e si fa intera la Seconda guerra mondiale, decidendo di stare coi partigiani. Accomuna cioè il ragazzo all'idea di speranza in un mondo migliore che si incolla sempre sulla fronte di chi ha fatto la Resistenza. Eppure Sebastiano sa che ciò non è più possibile in quanto, come scrive il narratore, quello di Iorio era «un altro mondo, un'altra Italia, un altro paese». Allora perché applicare una simile eguaglianza? La pazienza che Seba comprende di dover trovare dentro di sé per far attecchire e germogliare le proprie idee nel mondo, non era una scelta abbastanza forte di per se stessa.
Da un lato c'è la storia di un ragazzo adolescente e di una famiglia indaffarata ma apparentemente ineccepibile, dall'altro c'è la storia di un gruppo, il Centro Internazionale Non Governativo per una Iniziativa di Pace (Cingip), che lavora a organizzare conferenze, pubblicare rapporti e soprattutto raccogliere dati per stabilire e aggiornare un Indice di Conflittualità Globale (Icg) in base a filmati, azioni, proteste che giungono da ogni porzione di mondo e che sono gestite da un Comitato dei Coordinatori Regionalu (Ccr).
Da un lato ci sono un padre che in quel gruppo lavora, una madre che è specializzata in diritti d'autore, un figlio che veste all'improvviso la giubba del fondamentalista occidentale, imitando l'esempio del «talebano americano» John Walker Lindh, detenuto in un carcere di massima sicurezza degli Stati Uniti, dall'altro c'è una squadra di peratori in riunione perpetua per misurare il tasso di una violenza endemica, in continuo rialzo. Ma poi c'è anche il tentativo di applicare agli autori del progetto di pace - collegabili a tutta una serie di nobili istanze civili - mire un po' meno nobili di carattere finanziario, che vengono a ingarbugliare sotto la maschera ipocrita e astutamente malandrina di un progetto «Etico -Plus» le scheggiate affinità del gruppo, non proprio e non sempre così equo e solidale come imporrebbero i princìpi su cui si fonda.
Al centro della storia, che si svolge in una città anonima, stanno dunque due genitori alle prese con lo shock e lo spiazzamento di un figlio inopinatamente in deroga, genitori rassegnati a spiarne goffamente le mosse, a interrogarsi sui punti deboli di un sistema educativo che mostra all'improvviso il suo difetto. Materia difficile, perché un figlio così rovescio costringe a mutamenti di rotta, imbarcando esercizi di psicologia vacuamente sentenziosa, pregiudizi di dirigenti scolastici ottusi, cattivi pensieri connessi ai più sottili sensi di colpa, che arrivano ad insidiare il rapporto coniugale fino alle soglie del collasso. Tutt'intorno sta il gruppo con le sue dinamiche assortite, le sue connivenze dissociate, le sue iniziative virtuose, le sue strategie di coinvolgimento (ivi compresa una sgangherata e grottesca assemblea con i ragazzi di un centro sociale occupato).
Così, mentre seguiamo le evoluzioni dei due genitori intorno ad un figlio tenacemente abbarbicato al suo bisogno di identificazione, capace di mandare all'aria l'«egosistema» messo a punto per favorirne la crescita illimitata, assistiamo alle oziose circonvoluzioni di un gruppo su cui aleggia il senso di un ridicolo sempre più stridulo e dissonante. E il cuore del romanzo finisce per pulsare nella diversità dei registri narrativi, con effetti di dolente smarrimento affettivo e insieme di buffa (e persino beffarda) contradditorietà esistenziale. Diversità dei registri che è perfettamente adeguata al caos di un mondo in cui niente vuole più «stare al suo posto».
Come diceva Ionesco, l'umorismo ci rende coscienti della nostra condizione tragica e solo il comico è capace di darci la forza di sopportare la tragedia - meglio: la tragicommedia - della nostra esistenza sempre più postuma o postrema.
Maura Murizzi intervista Ernesto Aloia su "I compagni del fuoco", Il Mucchio Selvaggio, ottobre 2007
Luca Orsenigo su Il Gazzettino, 8 gennaio 2008
Ecco, il romanzo del bellunese Ernesto Aloia I compagni del fuoco ci ha lasciato un gusto di questo genere: lo stesso dolceamaro di alcune commedie del grande attore romano, la stessa sensazione che i vizi e le cirtù che vi sono rappresentati appartengano se non proprio a tutti, certamente ad una buona fetta di popolazione. Qui, nel romanzo, a guidare le danze è la generazione dei quarantacinquenni o giù di lì, pieni di rimorsi e sensi di colpa, di quelli che si affannano diero il politically correct, all'etica a tutti i costi (il che pooi tanto etico non è, e sarò la vita stessa a incaricarsi di metterli alla berlina) e forse stanno solo tirando a campare cercando di coniugare il personale con il politico, come si diceva. Gente di sinistra, insomma, una famiglia come tante: lui impegnato a tempo pieno come professionista della pace in un'associazione ad hoc, lei laureata in lettere, relatrice di fantomatici corsi d'aggiornamento per ispettori STAE (i quali fanno una figura da babbioni, stolidi e ficcanaso), il figlio sommerso dai deliri dell'adolescenza.
Tutto si complica proprio quando quest'ultimo elegge John Walker Lindth, l'americano fattosi talebano barbuto e arrabbiato e tutt'ora davvero in carcere, a suo modello, abbraccia l'Islam e cessa del tutto di lavarsi. La relazione di mamma e papà, come ci si aspetta, entra in crisi; il marito si trova, ma guarda!, tra le braccia di una ragazzina; il suo stesso lavoro, impregnato di idealismo, mostra la sua miseria umana, e gli individui sono triturati dagli eventi (dire triturati dalla Storia forse sarebbe troppo).
Il finale, che non sveleremo per non togliere il divertimento, riporta i protagonisti sui binari più tranquillizzanti che ci siano di questi tempi, e la famiglia trionfa. E sì, la donna, la Moglie forse è il caso di dire, incarna l'unica speranza della storia, l'unico aspetto equilibratore, tanto almeno da far dire al marito, ormai giunto al termine, insieme al figlio, di tante amarezze e vicissitudini: «Riportaci a casa. Tutti e due». Lì, stiamone pur certi, la tragicomica avventura della vita riprenderà il suo corso. Una storia, dunque, che non mancherà di stupirvi, anche se l'abbiamo vista vivere e la viviamo un po' tutti. Qui, il valore aggiunto che non molla il lettore per un attimo, è l'ironia e il sorriso, sorriso non di compatimento però, di complicità e disincanto piuttosto, che rende la lettura tanto gradevole da non stancare e permette a chi ne gode, di non sentirsi giudicato anche se e quando qua e là vi si riconosce. E arrossisce.
Stefania Vitulli sul Foglio, 7 agosto 2008
Mettiamo che vi svegliate una mattina e scoprite che vostro figlio sedicenne non si lava. Fin qui tutto bene. E’ appunto da un pezzo che gli adolescenti si lavano poco. Mettiamo che quello stesso adolescente che fino a ieri vi ha succhiato il sangue dalla carta di credito per farsi una raccolta di cd heavy metal d’importazione di completezza maniacale d’un tratto se ne freghi persino di parlare al telefono coi membri della band con cui ha condiviso migliaia di ore di assordante complicità. Fin qui anche meglio, più che normale, gli adolescenti cambiano gusti spesso. Come dire, nuove famiglie, vecchi pragmatismi. Perché tutto cambi, tutto deve rimanere com’è. Peccato che però ad un certo punto tutto cambia davvero.
Ad un certo punto il ragazzino di famiglia prende la parola a tavola una sola volta: per dichiarare che da quel momento mangerà soltanto carne halal, sgozzata come si deve. Ad un certo punto fate incursione con il Password Buster nel suo pc e scoprite che riguarda ossessivamente e per intero quei filmati censurati dai tg: lapidazioni, autobombe, decapitazioni e uno in particolare che vi rimane in mente, quello con lo “squittio orrendo” che l’aria produce riversandosi dai polmoni nella trachea mentre l’uomo cui stanno segando il collo cerca di urlare. Ad un certo punto vi trovate ad affrontarlo perché sostiene che lapidare le adultere è un atto di misericordia e all’alba lo osservate mentre recita la sura Aprente imparata a memoria senza capire quel che dice perché l’arabo, vostro figlio adolescente, non lo sa.
“Cara, l’adolescente è fondamentalista per natura”, ripete la terapeuta mentre spieghi che almeno i fondamentalisti si lavano e che quando ti svegli al levare del sole per spiare tuo figlio dal buco della serratura di camera sua che ripete le invocazioni proposte in mp3 da “Islam on the Net” ti chiedi: “Ma perché islamico? Della religione non gliene è mai fregato niente”. Secondo Ammaniti e Moccia e Veltroni e persino secondo Scurati, tutto questo non può ancora accadere: nelle loro famiglie narrative i figli maschi si confrontano con figure di riferimento e ideologie che a malapena arrivano al Settantasette. Romanzieri del secolo scorso, che partoriscono fiabe apocalittiche in cui il sommo delitto è scassinare un bancomat o che al massimo si espongono con un liceale fuori corso che spara sui professori. Certo del male non esiste graduatoria, ma una graduatoria dell’anacronismo del respiro narrativo, quella sì, esiste. I romanzi italiani sugli adolescenti che scalano le classifiche, si qualificano per lo Strega e sbancano le librerie sono fermi a famiglie pre-11 settembre.
A Seba, il figlio di Valerio e Miranda, nel romanzo di Ernesto Aloia invece succede tutto quello che già succede da tempo agli adolescenti protagonisti dei romanzi americani, inglesi o francesi. Gli succede che Hamza 89, il coetaneo egiziano conosciuto con Yahoo, lo annoia perché è identico ai suoi compagni di scuola, felpa con scritta London e berretto con lo stemma della Juve. Ma lui vuole diventare come il talebano americano John Walker Lindh e il suo migliore amico deve essere all’altezza: almeno barbuto, almeno che dica chiaro e forte che quelli sulle torri li ha ammazzati Bush, mica i musulmani, gli ebrei che controllano i governi e li spingono ad ammazzare la gente per prendersi i loro paesi.
A Seba succede così perché tutti intorno a lui sono confusi. Confusi sull’amore, sulle ideologie, sulla religione. Confusi da far schifo, “ma lo schifo è meglio che niente, papà”, sul passato e sul presente, sulla paternità, sulla maternità, sulla coppia. Tutto è così sbarellato e leggero da galleggiare sopra al mare di spiritualità e ritorno al sacro e metafisica che ha invaso il mondo. Tutto il mondo, tranne i confusi. I confusi, quelli che una volta erano ragazzate, oggi bizzarrie jihadiste. I confusi, quelli che al massimo strapazzano il figlio dandogli dell’antisemita credulone e gli strappano sotto il naso la fotoposter di John Walker Lindh manco fosse quella di Simon Le Bon.
E intanto la vita degli adolescenti cambia e cambia la linea del fuoco. Cambia alla faccia delle tematiche narratologico-ombelicali nostrane. E insieme cambia il domandone sul futuro dei quasidiciottenni. Dirotta dai lucchetti e da m’ama non m’ama? e ridiventa, globalizzato, quello che già è stato più di trent’anni fa: stagisti o stragisti?
Ernesto Aloia - I COMPAGNI DEL FUOCO (Rizzoli, 18 euro, 390 pagine)




