giovedì, 31 luglio 2008

You cannot be serious, man moment of the week: Emir Kusturica ci spiega come l'endemica presenza di tossici e spacciatori al Parco Stura di Torino non sia colpa dei trafficanti di droga ma dello stato, anzi del governo, anzi del nostro stile di vita, anzi nostra, anzi tua e mia.

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mercoledì, 30 luglio 2008
Dov'era la soglia del ridicolo? Ah già, molto, molto più indietro. Secondo alcune agenzie d'informazione se l'Eletto non ha guarito qualche lebbroso durante il suo Magic Mistery Tour pseudopresidenziale in Europa è solo perché non è riuscito a trovarne.
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mercoledì, 30 luglio 2008

Che farebbe Marco Travaglio senza l'attuale presidente del Consiglio? E i comici? E un buon numero di editori, redattori, correttori di bozze etc italiani cui, con la sua presenza a Palazzo Chigi, Silvio Berlusconi dà da vivere? Non sarà il celebre milione di posti lavoro, però... Sull'industria del Travaglio, ottimo articolo della Stampa. Tra l'altro, notiamo sulla pagina del Teatro Colosseo di Torino che Marco l'Accusatore quest'anno è in cartellone accanto a Teo Teocoli, Paolo Hendel, Paolo Rossi, Vincenzo Salemme, Daniele Luttazzi, più complessi musicali, compagnie teatrali e corpi di ballo.

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mercoledì, 30 luglio 2008

American Gangster di Ridley Scott, visto ieri sera, poteva essere un gran film e invece non lo è. Va bene, la ricostruzione d'epoca nella asphalt jungle newyorchese di fine anni '60 inizio '70 è sicuramente affascinante: la decadenza di una grande città, la corruzione imperante, la fine del sogno di Martin Luther King in una Harlem su cui l'eroina si abbatte con la violenza di una calamità biblica. E anche il legame con la decadenza su più grande scala, quella dell'America che sta inesorabilmente perdendo la guerra del Vietnam (e, quel che è più grave, è arrivata a un tale grado di indifferenza che non le importa più di perderla), simboleggiata dalle periodiche apparizioni su vari televisori del volto affannato, assolutamente non telegenico, di un Richard Nixon che inciampa nelle parole quando cita trattative, di cessate il fuoco etc, e - naturalmente - dalla cronaca degli ultimi istanti di Saigon, l'assalto dei vietnamiti all'ambasciata americana nel tentativo di ottenere un passaggio per gli States, i ponti delle portaerei sgombrati gettando gli elicotteri in mare - ebbene tutto, dicevo, è assai interessante. E naturalmente il film è anche ben girato (e ci mancherebbe). Quello che manca, però, è un elemento chiave. Lo scontro tra personaggi - il duello a distanza - non c'è, o non risalta a sufficienza, e questo perché Russel Crowe proprio non ce la fa, non tiene, non si capisce bene se perché è imprigionato in ruolo tutto sommato poco interessante (poliziotto non corrotto ma poco incline al rispetto delle regole, con la solita causa di separazione in corso con la moglie) o perché non è abbastanza bravo, o perché non è stato diretto bene.

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mercoledì, 23 luglio 2008

Renaud lo conobbi nell'ormai remotissimo 1980, quando il fratello maggiore di un mio amico, di ritorno da Parigi, gli regalò il suo LP Marche a l'ombre. Da allora, del cantautore anarco-sessantottardo non avevo più ascoltato niente, finche oggi girando su Youtube scopro che in 28 anni il vecchio Renaud non è cambiato di una virgola, e che ha inciso questa ballata acida sui bobos... sapete chi sono i bobos? Riferimenti francesi a parte, basta dare appena un'occhiata al testo per ritrovarvi dei tratti familiari:

On les appelle bourgeois-bohêmes
Ou bien bobos pour les intimes
Dans les chansons d'Vincent Delerm
On les retrouve à chaque rime
Ils sont une nouvelle classe
Après les bourges et les prolos
Pas loin des beaufs*, quoique plus classes
Je vais vous en dresser le tableau
Sont un peu artistes c'est déjà ça
Mais leur passion c'est leur boulot
Dans l'informatique, les médias
Sont fiers d'payer beaucoup d'impôts

Les bobos, les bobos
Les bobos, les bobos

Ils vivent dans les beaux quartiers
Ou en banlieue mais dans un loft
Ateliers d'artistes branchés,
Bien plus tendance que l'avenue Foch
Ont des enfants bien élevés,
Qui ont lu le Petit Prince à 6 ans
Qui vont dans des écoles privées
Privées de racaille**, je me comprends.

Ils fument un joint de temps en temps,
Font leurs courses dans les marchés bios
Roulent en 4 x 4, mais l'plus souvent,
Préfèrent s'déplacer à vélo...

Insomma, i bobos sono i Bourgeois-Bohèmes parigini, ovvero quella categoria di persone nota nel resto del mondo come radical-chic - con una precisazione, però: nessuno al mondo è radical-chic quanto un radical-chic parigino. Non ci si avvicina neppure. Non è che sprigionino tutta la simpatia del mondo, ma non possiano fare a meno di chiederci - come fa Renaud - se alla fine dei conti non finiamo tutti col somigliargli un po'.

* voce gergale con sfumatura dispregiativa che designa il francese medio, pieno di pregiudizi e di vedute limitate.   **la "feccia" di sarkosiana memoria.

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giovedì, 17 luglio 2008

Gli ultimi giorni di Pompei (copyright C. De Majo)

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giovedì, 17 luglio 2008

La notizia del cosiddetto scambio di prigionieri tra Israele ed Hezbollah (così ha titolato con stolida unanimità la stampa italiana) è di quelle che riempiono di tristezza, di rabbia, e di mille domande su che cosa mai passi realmente per la testa della piazza araba, che regolarmente acclama gli assassini come star del cinema. In Israele tornano, accolti dalle lacrime delle famiglie e dalle perplessità dell’opinione pubblica sull’opportunità dello “scambio”, due soldati dentro una bara: furono catturati nel luglio 2006, e finora il cosiddetto “partito di dio” si era ben guardato dal fornire la minima notizia circa la loro sorte (il fatto che siano stati uccisi è stato rivelato solo ieri). In Libano tornano liberi cinque detenuti, fra cui il divo Samir Kuntar, un eroe che nel 1979 guidò il suo eroico commando all’assalto di Nahariya, una cittadina costiera israeliana una decina di km a sud del confine libanese, dove uccise un poliziotto, un civile di 28 anni e sua figlia di 4, fracassandole la testa con il calcio del fucile. Un vero duro, insomma. Un eroe della liberazione del popolo palestinese. Che adesso, infatti, viene accolto dal governo libanese al completo – e il presidente Siniora gli appunterà qualche patacca sul petto - e da folle agitate dall’entusiasmo che da queste parti si riserva solitamente a chi ammazza gli ebrei. Con grande gioia viene accolta anche la salma di una famosa martire della causa, quella Dalal al-Moghrabi che nel 1978 fece esplodere un autobus con 36 civili a bordo.  Sono immagini nauseanti, che fanno saltare ogni pretesa equivalenza morale tra le due parti in conflitto e che spingono a domandarsi quali linee di comportamento abbiano spinto Israele a questo accordo demenziale, che oltre a gratificare il terrorismo di una sonante vittoria, premia il rapimento e lo incentiva per il futuro.

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giovedì, 10 luglio 2008

Su Il primo amore è disponibile integralmente il testo dell'ultimo libro di Antonio Moresco, (Edizioni Effigie, con 35 foto di Giovanni Giovannetti). Ho iniziato col dargli un'occhiata ed è andata a finire che me lo sono letto tutto.  Moresco insieme agli zingari cacciati dalla SNIA di Pavia risale la corrente migratoria dei rom fino alla sorgente, e il bello è che lo fa senza gli occhiali ideologici di chi vede negli zingari l'epitome del male oppure, al contrario, l'edizione attualizzata del mito del buon selvaggio, o del ribelle antisociale, oppure un pittoresco popolo di furbi straccioni colorati amanti della musica e del ballo. Li racconta, spesso, attraverso le loro stesse parole. Il mondo degli zingari è come loro stessi: enigmatico, sudicio, misero, immutabile, percorso da enormi violenze, sottomissioni arcaiche e terribili soprusi, ma anche da una incredibile vitalità e allo stesso tempo da un fatalismo per noi incomprensibile. Il titolo nasce dal modo in cui gli zingari si salutano l'un l'altro in Romania: "zingaro di merda" è un'espressione italiana che conoscono tutti benissimo.

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mercoledì, 09 luglio 2008
Letture: Piero Chiara, Il piatto piange. In tanti mi avevano esortato a leggerlo, e adesso l’ho fatto. Ne è valsa la pena. La sua volontà di ricreare un microcosmo provinciale d’epoca (quella che va dalla fine della prima all’inizio della seconda guerra mondiale, che spazzerà via ogni traccia di quella società) lo fa somigliare a Giorgio Bassani, con il quale condivide anche la consapevolezza della fondamentale cecità di quel mondo di fronte al ciclone che lo cancellerà. Certo, chiara si intrattiene in modo quasi esclusivo sui “vizi” della sua personale galleria di eroi, tutti addicted del gioco e del sesso (in varia misura a seconda dei casi), ma è cosciente che quella totale dedizione alle carte, alle tresche, al casino, non era forse altro che la strenua volontà di non vedere quanto stava accadendo, e soprattutto quello che si preparava. Dei vitelloni ante litteram de Il piatto piange non se ne salva uno: il Càmola, il Rimediotti, il Tetàn, il dottor Guerlasca, la Giustina, lo stesso narratore, etc., nessuno mai fa il minimo tentativo per fuggire dalla odiata/amata provincia: quando gli capita di uscire dall’eterna routine della microstoria e a sfiorare tangenzialmente gli eventi del mondo grande, è sempre per incontrare la loro rovina.
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martedì, 01 luglio 2008
Perché scrivere romanzi? Me lo sono chiesto, in compagnia di Jonathan Franzen e della sua raccolta di saggi Come stare soli (Einaudi, 2003), il titolo di uno dei quali riprende, appunto, la domanda fatale. Va detto che il saggio di Franzen è del 1996, cioè molto prima del successo planetario delle Correzioni, che dovrebbe aver dissipato molte delle sue angosce sulla sorte del romanzo sociale americano e sull’estinzione della specie dei lettori. A parte l’eccesso di depressione che lo contraddistingue - statene alla larga, scrittori in crisi - il saggio è interessante, tra le altre cose, per il suo riferimento a ricerche di sociologia della lettura che confermano al “povero” Franzen che, ahimé, i lettori di romanzi seri (riprendo la sua terminologia) sono peggio dei panda: sono pochi, tendono a calare di numero e in cattività (cioè nell’ambiente profondamente ostile della società dell’informatica e dei consumi di massa) si riproducono con estrema difficoltà. Non so quanto siano applicabili all’Italia queste categorie, ma la studiosa in questione, di cui al momento mi sfugge il nome, andandosene in giro per anni a intervistare gente sorpresa a leggere romanzi seri sugli autobus, in metro, sui treni, sugli aerei, nelle sale d’attesa etc., è giunta alla conclusione che di lettori seri esistano tre grandi classi: a) gente che è cresciuta in famiglie colte e benestanti, soprattutto nella costa est, dove si insegnava loro ad apprezzare un libro di Henry James allo stesso modo di un buon vino francese b) figli di famiglie non necessariamente colte, ma religiose (protestanti) del Midwest: in famiglie di questo tipo la lettura di opere serie viene fatta rientrare nella categoria della edificazione personale, insomma nel tempo libero devi fare qualcosa di utile che serva a migliorare te stesso, e sovente questo qualcosa è, appunto, la lettura di opere serie c) la categoria principale: le persone caratterizzate fin da bambini dalla propensione a ritirarsi in privati mondi di fantasia, una tendenza che porta dritto alla lettura e nei cui confronti il libro funziona come una sorta di moltiplicatore immaginativo. A mano a mano che diventano adulti, buona parte di questa specie di lettori (il cui gusto si affina via via grazie al numero di libri letti) si rivolgerà alle opere serie. Questa specie, che non ha alcuna caratterizzazione etnica o di censo, è naturalmente quella su cui il mercato editoriale e lo scrittore potranno sempre contare, dato che a differenza delle altre non può smettere di leggere. Da questa categoria, è facile intuirlo, proviene anche la maggior parte degli scrittori. Naturalmente, possono esserci sovrapposizioni tra i diversi tipi di lettori: Franzen per esempio, è un protestante midwestern sgobbone, moralista e un po’ pedante evidentemente portato all’introspezione e alla elaborazione fantastica. E in Italia? Non sarebbe interessante avere una ricerca simile? La prima impressione è che l’unica categoria che veramente resiste è la C, quella dei solitari, trasversale e per definizione difficilmente definibile. Non ci soccorrono parametri come il reddito, il titolo di studio, la professione. L’unica certezza è che le donne leggono più degli uomini. Il lettore serio, insomma, rimane inafferrabile.
ps. nel saggio Franzen sembra dare per scontato che quelli della West Coast, occupati come sono ad andare al cinema, non leggano mai opere serie, né ne scrivano.
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giovedì, 12 giugno 2008

Berlino #3. Friedrichstrasse, accanto al più famoso Checkpoint  Charlie. E poi dicono che un buon dodici per cento dei tedeschi rimpiange il Muro... ma ve lo immaginate l'inizio della Spia che venne dal freddo ambientato qui? Comunque sia, non è l'unico caso in cui la memoria della guerra fredda viene utilizzata a scopi commerciali: ecco come la campagna per la promozione della Fiat 500 riprende le parole pronunciate dal presidente Kennedy nel suo famoso discorso del 26 giugno 1963.

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giovedì, 05 giugno 2008

Berlino #2, Dalla topografia dell’oblio alla Topografia del Terrore. Poco lontano dal già citato paradiso degli architetti di Potsdamer Platz, una volta scesi verso sud lungo Stresemanstrasse, basta svoltare a sinistra in Niederkirchnerstrasse per ritrovarsi in piena desolazione. Questa brutta strada costeggiata da uno dei più lunghi tratti rimasti del Muro prima del 1945 si chiamava Prinz-Albrecht-Strasse: era una via di eleganti palazzine ottocentesche, perfettamente intonata alla vicina Wilhelmstrasse, con cui costituiva il più importante distretto politico della Germania. In quest’area sorgevano, tra le altre cose, il quartier generale della Gestapo (Prinz-Albrecht-Str. n. 8), quello dell’SD (Sicherheitsdienst), quello dell’RSHA. Questi edifici, insieme con buona parte degli altri siti politici della zona (tra cui la Cancelleria) furono semidistrutti da un pesantissimo bombardamento americano il 3 febbraio 1945. Dopo la fine della guerra, furono saccheggiati dalla popolazione di Berlino, e intorno alla metà degli anni ‘50 le istituzioni della DDR ne decisero la definitiva demolizione. Fu solo a partire dagli anni ’70 che l’area cominciò ad essere oggetto dell’attenzione degli storici. Nel 1986 cominciarono ad essere effettuati scavi, che riportarono alla luce le fondamenta degli edifici che rappresentavano il cuore amministrativo dello stato delle SS, in particolare un gruppo di celle sotterranee localizzato al n. 8 di Prinz-Albrecht-Str., utilizzato dalla Gestapo per la detenzione di prigionieri particolarmente importanti: vi passarono, sulla strada verso il campo di concentramento o il plotone di esecuzione, anche i congiurati del 20 luglio 1944 e il teologo Dietrich Bonhoeffer. Da anni, in attesa di inglobare gli scavi in un edificio apposito, l’area appare come una sorta di piccolo ground zero berlinese, con grande scorno – immaginiamo – degli scatenati immobiliaristi locali. Sul lato nord della spianata, in corrispondenza degli scavi, è collocata una mostra fotografica permanente sullo stato nazista: si intitola, molto opportunamente, Topographie des Terrors.
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mercoledì, 04 giugno 2008

DeLillo è DeLillo è DeLillo, cioè va dritto per la sua strada e ci annoia per un terzo del tempo – ma chi se frega se per il restante settanta per cento la sua prosa è una vera e propria macchina acceleratrice dei processi cerebrali, una instancabile generatrice di associazioni, risonanze, letture plurime, se insomma L’uomo che cade è il suo libro migliore da chissà quanti anni? Mi sembra fuori strada chi, come Alessandro Piperno, sostiene che DeLillo come già tanti altri ha fallito nello scrivere il “romanzo sull’ Undici settembre.” O piuttosto, che nello scrivere sull'Undici settembre abbia scritto un brutto romanzo. Affermarlo, significa non aver compreso che l’Undici settembre è sempre esistito, in forma latente, nella sua narrativa, i cui personaggi sono spesso esseri dalle vite deviate, distorte, fatte deragliare da un evento devastante nascosto nel loro passato, come per il Nick Shay di Underworld l’aver sparato al cameriere quarant’anni prima ed essere finito al riformatorio. Il senso di terribile spaesamento che segue agli attentati, il contraccolpo che sbalza i personaggi fuori dalle loro vite ordinarie, DeLillo li aveva già descritti, e per questo si insinua nel racconto delle vicissitudini di Keith, Lianne, Florence, Nina & c, oltreché degli stessi assassini, un senso di déjà vu che però non riesce a sminuirne l’attrattiva: dopotutto è la storia che ha inseguito e raggiunto la narrativa, e non il contrario. L’ultima scena, in cui la disintegrazione del terrorista è rappresentata mediante il suo dissolvimento sintattico è tra le cose più belle mai scritte dall’autore – il che è tutto dire. Mentre l’aereo si schianta sulla Torre, il carnefice si dissolve in migliaia di frammenti e si fonde con la vittima (Keith), che in qualche modo ne eredita il senso di estraneità, l’isolamento dal mondo, la definitiva incapacità di vivere. E quella bottiglia, quella che rotolava descrivendo un semicerchio sul pavimento davanti alla cabina dell’aereo proprio un attimo prima dell’impatto, ce la ricorderemo per un bel po’.
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venerdì, 30 maggio 2008
Berlino #1 La cosa che più impressiona un italiano a Berlino è il rapporto controverso della città verso le testimonianze del proprio passato: un atteggiamento che potrebbe passare per semplice noncuranza ma che talvolta agli occhi di chi proviene dal regno del conservativismo più spinto sembra sfiorare l’irritazione e il disprezzo. E’ ovvio, si dirà, visto qual è il passato della città. Ma, anche tenendo conto degli ovvi mutamenti intervenuti negli anni successivi alla guerra in un centro urbano che ne uscì distrutto al 40%, confrontando foto degli anni ’60, ’70, ’80 e ’90 con quanto si vede oggi, si nota che a Berlino gli edifici, la loro disposizione, l’organizzazione degli spazi, vengono rimodellati in totale libertà e, si direbbe, con un certo piacere dello stravolgimento. L’esempio più lampante è naturalmente Potsdamer Platz. Guardatela in questa immagine e poi in questa. Va bene, ci sono state le distruzioni della guerra, e poi la divisione in due settori con la conseguente scomparsa della piazza e sua trasformazione in no man's land, ma possiamo scommettere che se si fosse trattato di una piazza italiana sarebbe stata ricostruita cercando di imitare il più possibile, se non necessariamente le caratteristiche degli edifici originari, quantomeno la loro disposizione nello spazio – e invece, quella che dopo la riunificazione era la più ampia area edificabile nel cuore di una capitale europea, affidata alle cure di Renzo Piano ed Helmut Jahn, sembra un angolo di lower Manhattan trapiantato a Berlino. Analoga sorte hanno subito innumerevoli edifici storici, abbattuti magari venti o trent’anni dopo la guerra senza che a nessuno venisse in mente di rimpiazzarli con qualcosa che gli somigliasse anche solo vagamente. Questo, ripeto, in un italiano provoca un certo disorientamento, soprattutto se ad essere stravolta è l’organizzazione spaziale di una intera via o di un intero quartiere. Provate un po’ a confrontare questa veduta di Alexanderplatz con quest'altra: è passato un secolo, ma riuscite a immaginare un cambiamento simile in Place de la Concorde o in Piazza del Duomo? Io credo di no, perché anche nella malaugurata ipotesi di una loro distruzione dalle quelle parti si sarebbe optato per una loro ricostruzione tale e quale. E invece i berlinesi no, loro amano la novità totale – o forse, viste certe circostanze storiche, sarebbe più corretto affermare che la sopportano?
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giovedì, 29 maggio 2008

Conversazione con Cristiano de Majo (Italia 2: viaggio nel paese che abbiamo inventato), seconda parte.

EA -Hai detto che Piattaforma di Houellebecq, guarda caso un libro sul turismo, è il libro che secondo te rappresenta meglio la condizione attuale dell’uomo occidentale. Io sono d’accordo con te. Rimane però da stabilire perché si sia arrivati a quel punto, perché cioè il viaggiare – nel senso di fare turismo – sia diventata l’unica vera ambizione per milioni e milioni di persone. Si tratta di una fuga dall’inautenticità o di una fuga verso l’inautenticità?
 
CD - È difficile dare un risposta netta. Credo che in qualche modo sia entrambe le cose. Diciamo una fuga verso una forma di inautenticità più autentica.
Negli ultimi anni mi è capitato di notare nel corso di alcuni viaggi come un certo tipo di quartiere – quello, per così dire, dove abitano gli artisti e gli intellettuali e dove aprono negozi “di tendenza” – si stia affermando come modello estetico occidentale, riproducendosi con le stesse caratteristiche da una città all’altra. Il Greenwich Village a New York, il Marais a Parigi, Prenzlauer Berg a Berlino, il De Pjp ad Amsterdam, lo Spittelberg a Vienna e tanti altri, sono veri e propri regni di inautenticità, secondo me, luoghi urbani “illuminati”, piacevoli e pacificati in modo irreale, dove anche la diversità è diventata oggetto di una finzione. Ed è terrorizzante il fatto che io stesso ogni volta che riconosco i topoi urbanistici del caso, inizi a sentirmi bene e a pensare “come mi piacerebbe vivere qui”, salvo poi tornare quando la vacanza è finita.
 
EA - Damanhur rappresenta nel libro un caso un po’ particolare, perché non si tratta né di una finzione indotta dai media né di un gioco che riproduce qualche altra attività (come ad esempio il softair che riproduce la guerra). Leggendo il libro si ha anche l’impressione che le persone intervistate non conoscano le risposte che così spesso sembrano negare agli intervistatori, e che non gli importi niente di conoscerle. Il corpus dottrinario (si fa per dire) risulta così vago e all inclusive che alla fine il lettore potrebbe anche pensare che l’unico scopo dei damanhuriani, più che l’elevazione spirituale, sia starsene in pace fuori dal caos del mondo (ancora un caso di occidentali che desiderano fuggire). Che ne pensi?
 
CD - Damanhur è un accumulatore di significati. Ogni persona interessata a scoprire il proprio lato spirituale – ma, aggiungo, indisponibile a consultare il tradizionale catalogo di offerte religiose – può trovare nel minestrone filosofico damanhuriano un elemento in cui ritrovarsi: la vita comunitaria e le molto contraddittorie rivendicazioni ecologiche; il messianesimo; il pensiero apocalittico; la meditazione; l’ufologia; la medicina alternativa e altre centinaia di ispirazioni. Da un certo punto di vista funziona come un rimedio per combattere il senso di estraneità e la solitudine tipiche del nostro mondo, perché riconoscersi in qualcosa significa trovare persone che si sono riconosciute nella stessa cosa o in cose simili (se ci pensi, non c’è molta differenza di attitudine tra parlare con le piante e curarsi coi cristalli e le spirali di rame). Significa – riducendo all’osso – non sentirsi soli.
 
EA - Una delle cose più interessanti del libro è il logoramento finale dei due autori, letteralmente sfiniti dal viaggio nell’inautenticità. Puoi parlarmi di questo stato d’animo e, entro i dovuti limiti, delle sue ripercussioni sulla vostra vita di ogni giorno?
 
CD - È vero, il viaggio di Italia 2 è stato anche un esperimento di autodistruzione. Il logoramento di cui parli – e che cerchiamo di raccontare – non è solo una stanchezza per “queste cose finte”, ma un grado più elevato di consapevolezza (lo vedi? Parlo come un damanhuriano ormai...). Come se attraverso gli iperluoghi fossimo riusciti ad assaggiare l’essenza dell’Italia, come se fossimo riusciti a capire cos’è l’Italia oggi, e non tanto in modo analitico, quanto attraverso i nostri corpi.
Questo sentimento ha probabilmente spinto certe scelte. Fabio aveva già deciso di andare in Giappone, ma intanto continua a rimanere lì e non sembra avere nessuna intenzione di tornare. Personalmente subito dopo il libro mi sono ritrasferito a Napoli, dopo aver trascorso quasi un decennio a Roma, come per seguire il bisogno di confrontarmi con un’identità che avevo rinnegato. In un certo senso si potrebbe dire che a Roma ho fatto il turista per sette-otto anni.
postato da: ernestoA alle ore 08:44 | Permalink | commenti
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