venerdì, 03 luglio 2009

A meno che non sia uno scherzo, questa si piazza ai primi posti nella classifica delle teorie della cospirazione più imbecilli reperibili in rete.

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giovedì, 25 giugno 2009
La repubblica islamica non cadrà, la sua maschera sì. E’ probabile che, nonostante il coraggio e la perseveranza dei dimostranti (e di coraggio ce ne vuole davvero tanto: da quelle parti puoi finire in prigione per “accertamenti” e uscirne con le ossa rotte, se ne esci), i loro sforzi non raggiungeranno i risultati sperati: non saranno ripetute le elezioni, e meno che mai sarà mutato qualcosa di sostanziale nei meccanismi che governano la teocrazia iraniana. Il blocco di potere raccolto intorno alla coppia Ahmadinejad-Khamenei appare davvero troppo forte, non solo perché questi possono contare sui Pasdaran e altri squadristi vari, sul ministero degli interni e sulla polizia, ma perché sembra che la politica di organizzazione del consenso messa in atto da Ahmadinejad con i tipici strumenti totalitari (mobilitazione perenne contro presunti nemici esterni, politica di sussidi pilotati, totale controllo sull’informazione) stia funzionando. In altre parole, la grande massa non si muove, non scende in piazza, resta a guardare. E però è chiaro che in queste settimane qualcosa è successo. I media occidentali, ciechi finché hanno potuto esserlo, proprio nel momento in cui i loro inviati sono stati sbattuti fuori senza complimenti dall’Iran, sono stati costretti a fare quello che si erano sempre rifiutati di fare preferendo avallare l’idea che quella fosse una democrazia – particolare, islamica, ma sempre una democrazia. Quei giornalisti ignavi che, se non ci fossero stati i brogli, avrebbero continuato a parlare delle elezioni in termini di “espressione della volontà popolare in Iran” (ma se i partiti sono ammessi alle elezioni solo se autorizzati dal consiglio dei Guardiani della Rivoluzione, me lo dite voi che razza di elezioni sono?), ora sono messi di fronte alle uccisioni dei manifestanti, ai pestaggi, agli assalti dei miliziani in motocicletta, agli arresti che conducono in celle di tortura di cui non sapremo mai nulla. La realtà non solo li ha assaliti, ma gli ha schiaffato la faccia nella merda del totalitarismo.
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martedì, 23 giugno 2009

Ecco un libro che avrebbe potuto essere un capolavoro, e invece non lo è. Leggere Albero di fumo di Denis Johnson è come scoperchiare un forziere traboccante di folli, allucinate bellezze: i paesaggi delle Filippine e del Vietnam balzano fuori dalla pagina con una evidenza visiva straordinaria, e così la vita febbrile di Saigon (in particolare notturna: il cosiddetto “the di Saigon”) che fa da sfondo alla trama principale del romanzo, che è – in senso molto lato – spionistica: mentre infuria l’offensiva del Tet, un veterano delle psy-ops, il Colonnello Sands, decide praticamente di testa sua di montare una decisiva operazione di intossicazione dei servizi di informazione nemici utilizzando un doppio agente per far credere alla dirigenza nordvietnamita che gli Stati Uniti stanno seriamente valutando una opzione nucleare. Skip Sands, agente CIA e nipote del colonnello, insieme a un piccolo gruppo di fedelissimi, si ritrova coinvolto nell’impresa. Però… e qui mi fermo e non vi dico altro, casomai vi venisse voglia di leggerlo. Un capolavoro dicevo, ma mancato: troppe sottotrame marginali, troppi personaggi secondari seguiti fin nei minuti particolari di vicende non funzionali alla principale, dialoghi troppo lunghi, troppi personaggi monodimensionali: uno che è sempre incazzato, l’altro che è sempre fuori di testa etc. E però… però vale la pena di affrontare queste settecento corpose, dense pagine. Magari in certi punti farete una fatica boia, ma non avrete mai la sensazione che sia sprecata.
 
ps. Il film da cui è tratto il video, Dear America: letters home from Vietnam, 1988, è assolutamente imperdibile. Della versione italiana si sono perse le tracce da anni, e attualmente non mi sembra sia disponibile in dvd “zona 2”. Per fortuna è tutto su Youtube (e poi, si può sempre piratare...). A leggere le lettere dei soldati sono attori come Robert De Niro, Tom Berenger, Willem Dafoe, Michael J. Fox…
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mercoledì, 17 giugno 2009

Culto della personalità. Il Corriere descrive Obama che ammazza una mosca come fosse Beowulf che ammazza Grendel. Una "prova di carattere"..."un colpo secco"... "senza esitazioni". Bah.

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martedì, 16 giugno 2009

La redazione della rivista Colla intervista il sottoscritto che, con l'occhio un po' appallato dopo 5 ore di laboratorio di scrittura, chiacchiera sui minimi sistemi.

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lunedì, 15 giugno 2009

Lo stesso dicasi per gli sbroc dell’Onda e dei centrosocialati che dopo aver esaltato per anni l’eroica ‘resistenza’ del Colonnello contro gli americani e i sionisti, ora si accorgono che il ‘Leone del Deserto’ e’ realmente un autocrate pirla e lo contestano perche’ intende impedire agli immigrati di arrivare illegalmente in Italia, negandogli l’antagonistica et antimperialistica possibilita’ di annegare e cosi’ facendo, di offrire ai loro augusti culi fighetti, ‘resistenti’ e barricaderi, l'occasione di versare lacrime da coccodrillo nei loft pagati dalle tasche del 'papi' progressista.
Irresistibile, la visita di Gheddafi in Italia raccontata da Yossarian su London Alcatraz.

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lunedì, 15 giugno 2009
La Repubblica Islamica piace alla gente che piace. Evidentemente è così, non saprei spiegarmi in altro modo l'entusiasmo che nei giorni scorsi ha percorso quel che resta dei media italiani a proposito delle "libere elezioni" iraniane: non ce n'era uno (o una) che intervistando l'immancabile studentessa dal velo malandrino non pretendesse di spiegarci quant'è bello il riformismo all'iraniana, com'è acceso il dibattito nella repubblica islamica, e quanto è libero - non uno, di questi cialtroni mezzibusti o di questi "esperti" mezzecalzette, che si prendesse la briga di ricordare che le elezioni, in Iran, non sono mai libere, e che nessun candidato può essere ammesso a parteciparvi senza l'approvazione della Guida Suprema (Khamenei) e del Consiglio dei Guardiani e che, nel caso, i Guardiani della Rivoluzione sono lì apposta a spezzare le gambe a chi avesse da ridire. Certo che poi, quando succede quello che è successo, i suddetti "esperti" si ritrovano sputtanati. Ma non se ne vanno. Non si prendono nemmeno una pausa. Oggi sono di nuovo in cattedra.
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venerdì, 12 giugno 2009
Sediocrazia."Se noi ci troviamo in questa sala siamo il popolo, che si siede su delle sedie, e questa andrebbe chiamata democrazia, cioè il popolo si siede su delle sedie. Se noi invece prendessimo questo popolo e lo facessimo uscire fuori, se avessimo invece preso dieci persone e le avessimo fatte sedere qua, scelte dalla gente che stava fuori, e loro invece sono seduti qua, quei dieci, questa non sarebbe da chiamarsi democrazia. Questa si chiamerebbe diecicrazia. Cioè dieci sulle sedie. Non è il popolo a sedersi sulle sedie, questa è la democrazia. Finché il popolo non si siederà tutto sulle sedie, non ci sarà ancora democrazia." Muammar Gheddafi, discorso tenuto all'Università La Sapienza di Roma l'11 giugno 2009. E Luigi Frati, rettore, gongola, annuisce, consente. Da non perdere l'articolo di Gian Antonio Stella sul Corriere.
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martedì, 09 giugno 2009

Que viva el digital! Ieri sera girando per i nuovi canali del digitale terrestre mi sono stupito vedendo un'inquadratura in bianco e nero, allora mi sono fermato lì. Il canale era Iris, il film era Ladri di biciclette. Strano, ho pensato. Sinceramente credevo che da un pezzo ogni fotogramma in bianco e nero fosse bandito dallo schermo onde evitare di traumatizzare i giovani teleutenti. Ne conosco un paio che non hanno mai visto un film in bianco e nero in vita loro, e se ne guardano bene. Se venissero chiusi in una stanza con una televisione in bianco e nero dopo dieci minuti finirebbero per scaraventare l'apparecchio dalla finestra. O per scaraventare se stessi. Il film comunque, era bellissimo, semplice, lineare, un racconto perfetto. Quando, terminati i titoli di testa, è iniziato Umberto D. ho pensato che qualche programmatore del palinsesto doveva essere impazzito.

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martedì, 09 giugno 2009

Quello che si dice "un buon inizio": "Alla fine di giugno Pietro Gallesio diede la parola alla doppietta. Ammazzò suo fratello in cucina, freddò sull’aia il nipote accorso allo sparo, la cognata era sulla sua lista ma gli apparì dietro una grata con la bambina ultima sulle braccia e allora lui non le sparò ma si scaraventò giù alla canonica di Gorzegno. Il parroco stava appunto tornando da visitare un moribondo di là di Bormida e Gallesio lo fulminò per strada, con una palla nella tempia. Fu il più grande fatto prima della guerra d’Abissinia.” (Beppe Fenoglio, Un giorno di fuoco).

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mercoledì, 27 maggio 2009

Elogio della pena di morte. Da uno dei blog legati al sito della Stampa, ecco cosa succede quando il terzomondismo spappola anche l'ultimo neurone (grazie a 1972).

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mercoledì, 27 maggio 2009

Il virus del copia/incolla. Confesso di non capire perché mai gli scrittori ritengano di aver da dire la loro su qualsiasi argomento:  è toccato ancora a Josè Saramago, un premio Nobel non nuovo alle pubbliche scemenze, solo che stavolta non si è neppure preso la briga di inventarsele. Le ha copiate da un articolo sull'influenza suina del marxista-ambientalista Mike Davis del Guardian. Poi, beccato, ha ammesso di non capire un tubo di suini e ha confessato il plagio. Repubblica ieri ha ignorato le scuse e ha pubblicato il pezzo di Saramago. Ce ne parla Anna Meldolesi. Anna Meldolesi se non ci fosse bisognerebbe inventarla. Però c'è.

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giovedì, 21 maggio 2009

Letture: La malora, di Fenoglio. Per raccontare quel mondo tutto fatica fisica, penuria perenne, puri e semplici rapporti economici e di forza, basterebbe la scena in cui Agostino tormentato dalla fame, si decide a rubare un pezzo di salame lasciato sulla tavola e, a rischio di essere scoperto, si salva dando la colpa al cane. C'è tanta di quella vergogna, di quella paura, di quel senso di colpa - eppure tutti questi sentimenti non possono nulla contro la forza primaria e inarrestabile della fame. Andrebbe imposto come libro obbligatorio a tutti i nostalgici delle presunte meraviglie della cultura contadina.

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mercoledì, 20 maggio 2009

E va bene, Easy Rider sarà pure un film raffazzonato, discontinuo e girato con metodi (metodi?) che farebbero rizzare i capelli in testa a qualunque produttore che si rispetti, ma rivedendolo oggi non si può fare a meno di riscoprire con piacere la fotografia di Laszlo Kovacs e, soprattutto, la scena finale: un classico esempio di come talvolta il caso possa immischiarsi nell’arte (da cui dovrebbe rimanere rigorosamente separato) producendo buoni risultati. La prima volta che vidi il film la trovai troppo repentina e immotivata, il classico espediente di uno sceneggiatore in cerca di un finale purchessia, ma oggi mi pare il giusto coronamento del senso di morte imminente che pervade tutto il film – Easy Rider non è proprio l’estremo e fascinoso concentrato della mitologia di un’epoca ormai morente?  Ora, secondo le testimonianze di attori e altri membri della troupe, era previsto che i bifolchi sul pick up, una volta colpito Bill facessero inversione, tornassero ad avvicinarsi ai due motociclisti e solo allora sparassero una seconda volta. Invece, fecero di testa loro:  puntarono il fucile verso dritto la camera e fecero fuoco, proiettando su Kovacs e assistente minuscoli frammenti di cotone e polvere da sparo (la troupe non aveva tecnici degli effetti speciali: per aumentare la vampata avevano pensato bene di infilare uno strofinaccio nella canna, e il risultato si vede). Il lampo dello sparo, la moto di Wyatt che rimbalza in fiamme fuori strada senza guida, creano il senso di un evento assurdo, imprevedibile, qualcosa come i quattro colpi che Mersault spara all’arabo nell’Etranger di Camus. E poi il fiume. Dopo lo sparo, e dopo che la moto di Wyatt è finita a terra in fiamme, la camera montata su un elicottero si alza e allarga il campo (e questa cabrata, che l’elicottero sovraccarico non avrebbe potuto effettuare e che si realizzò solo grazie a una folata di vento contrario, deve anch’essa molto al caso) fino a mostrare il fiume che scorreva accanto alla strada, quella strada che fino ad allora era stata il filo conduttore del film. Ora l’attenzione si sposta dalla strada al fiume. Racconta Peter Fonda che, quando mostrarono le immagini del finale a Bob Dylan, questi rimase molto colpito e scarabocchiò seduta stante su un foglietto i versi iniziali della bellissima Ballad of Easy Rider, che chiude il film cantata dai Byrds: The river flows/ It flows to the sea/ Wherever that river goes/ That's where I want to be / Flow river flow/ Let your waters wash down/ Take me from this road/ To some other town. Insomma, tanto per concludere con una citazione: la musica del caso.
ps il sottotitolo "Libertà e Paura" era completamente assurdo all'epoca dell'uscita del film. Oggi, quando la libertà sembra essere passata di moda, e viceversa la paura appare in gran voga, assume un significato piuttosto sinistro.
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mercoledì, 13 maggio 2009
Arrivi a casa di corsa, senti squillare il telefono e ti metti a fare le scale a quattro gradini per volta per arrivare in tempo, spalanchi la porta e ti precipiti sull’apparecchio e dall’altra parte chi ci trovi? Una voce femminile registrata che vorrebbe suggerirti qualche ragione valida per votare una sconosciuta candidata alle elezioni europee. La voce di una macchina. Ora, a parte il fatto che, comunque, telefonate o no, l’inferno congelerà prima che io prenda nuovamente parte alla farsa delle elezioni del parlamento europeo, quello che mi chiedo è: esisterà veramente qualcuno disposto ad ascoltare fino in fondo una voce registrata, la voce di una macchina, che decanta le lodi di una mezza cartuccia? E ci sarà mai, nell’universo mondo, qualcuno che si lascia convincere? Per quanto mi riguarda, vorrei riattaccare sbattendo la cornetta, ma non posso. Non ci sono più quei begli apparecchi a prova di raptus. Premo il pulsante di interruzione chiamata del cordless, ma non è la stessa cosa. Non è per niente la stessa cosa. Maledetto mondo moderno.
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