Conversazione con Cristiano de Majo (Italia 2: viaggio nel paese che abbiamo inventato), seconda parte.
EA -Hai detto che Piattaforma di Houellebecq, guarda caso un libro sul turismo, è il libro che secondo te rappresenta meglio la condizione attuale dell’uomo occidentale. Io sono d’accordo con te. Rimane però da stabilire perché si sia arrivati a quel punto, perché cioè il viaggiare – nel senso di fare turismo – sia diventata l’unica vera ambizione per milioni e milioni di persone. Si tratta di una fuga dall’inautenticità o di una fuga verso l’inautenticità?
CD - È difficile dare un risposta netta. Credo che in qualche modo sia entrambe le cose. Diciamo una fuga verso una forma di inautenticità più autentica.
Negli ultimi anni mi è capitato di notare nel corso di alcuni viaggi come un certo tipo di quartiere – quello, per così dire, dove abitano gli artisti e gli intellettuali e dove aprono negozi “di tendenza” – si stia affermando come modello estetico occidentale, riproducendosi con le stesse caratteristiche da una città all’altra. Il Greenwich Village a New York, il Marais a Parigi, Prenzlauer Berg a Berlino, il De Pjp ad Amsterdam, lo Spittelberg a Vienna e tanti altri, sono veri e propri regni di inautenticità, secondo me, luoghi urbani “illuminati”, piacevoli e pacificati in modo irreale, dove anche la diversità è diventata oggetto di una finzione. Ed è terrorizzante il fatto che io stesso ogni volta che riconosco i topoi urbanistici del caso, inizi a sentirmi bene e a pensare “come mi piacerebbe vivere qui”, salvo poi tornare quando la vacanza è finita.
EA - Damanhur rappresenta nel libro un caso un po’ particolare, perché non si tratta né di una finzione indotta dai media né di un gioco che riproduce qualche altra attività (come ad esempio il softair che riproduce la guerra). Leggendo il libro si ha anche l’impressione che le persone intervistate non conoscano le risposte che così spesso sembrano negare agli intervistatori, e che non gli importi niente di conoscerle. Il corpus dottrinario (si fa per dire) risulta così vago e all inclusive che alla fine il lettore potrebbe anche pensare che l’unico scopo dei damanhuriani, più che l’elevazione spirituale, sia starsene in pace fuori dal caos del mondo (ancora un caso di occidentali che desiderano fuggire). Che ne pensi?
CD - Damanhur è un accumulatore di significati. Ogni persona interessata a scoprire il proprio lato spirituale – ma, aggiungo, indisponibile a consultare il tradizionale catalogo di offerte religiose – può trovare nel minestrone filosofico damanhuriano un elemento in cui ritrovarsi: la vita comunitaria e le molto contraddittorie rivendicazioni ecologiche; il messianesimo; il pensiero apocalittico; la meditazione; l’ufologia; la medicina alternativa e altre centinaia di ispirazioni. Da un certo punto di vista funziona come un rimedio per combattere il senso di estraneità e la solitudine tipiche del nostro mondo, perché riconoscersi in qualcosa significa trovare persone che si sono riconosciute nella stessa cosa o in cose simili (se ci pensi, non c’è molta differenza di attitudine tra parlare con le piante e curarsi coi cristalli e le spirali di rame). Significa – riducendo all’osso – non sentirsi soli.
EA - Una delle cose più interessanti del libro è il logoramento finale dei due autori, letteralmente sfiniti dal viaggio nell’inautenticità. Puoi parlarmi di questo stato d’animo e, entro i dovuti limiti, delle sue ripercussioni sulla vostra vita di ogni giorno?
CD - È vero, il viaggio di Italia 2 è stato anche un esperimento di autodistruzione. Il logoramento di cui parli – e che cerchiamo di raccontare – non è solo una stanchezza per “queste cose finte”, ma un grado più elevato di consapevolezza (lo vedi? Parlo come un damanhuriano ormai...). Come se attraverso gli iperluoghi fossimo riusciti ad assaggiare l’essenza dell’Italia, come se fossimo riusciti a capire cos’è l’Italia oggi, e non tanto in modo analitico, quanto attraverso i nostri corpi.
Questo sentimento ha probabilmente spinto certe scelte. Fabio aveva già deciso di andare in Giappone, ma intanto continua a rimanere lì e non sembra avere nessuna intenzione di tornare. Personalmente subito dopo il libro mi sono ritrasferito a Napoli, dopo aver trascorso quasi un decennio a Roma, come per seguire il bisogno di confrontarmi con un’identità che avevo rinnegato. In un certo senso si potrebbe dire che a Roma ho fatto il turista per sette-otto anni.